BAL Lazio

È stata presentata al Ministero della Salute la settima edizione del volume sui numeri delle neoplasie, I numeri del cancro in Italia 2017, frutto della collaborazione tra l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), gli epidemiologi dell’Associazione italiana dei registri tumori (AIRTUM) e la Fondazione AIOM. I dati provengono dai 47 Registri Tumori accreditati presso AIRTUM.

I trend principali
Sono 369mila i nuovi casi di tumore in Italia stimati nel 2017 (192.000 fra i maschi e 177.000 fra le femmine), nel 2016 erano 365.800. Si registra un aumento di diagnosi di cancro del polmone fra le donne: 13.600 nel 2017 (+49% in 10 anni). Crescono in entrambi i sessi anche quelli del pancreas, della tiroide e il melanoma; in calo, invece, le neoplasie allo stomaco e al colon-retto, grazie anche alla maggiore estensione dei programmi di screening. E oggi oltre 3 milioni e trecentomila cittadini (3.304.648) vivono dopo la diagnosi, il 24% in più rispetto al 2010. Poi, una conferma: il cancro colpisce più al Nord della Penisola, ma al Sud si sopravvive di meno.

Ecco alcuni dati:

  • Il trend di incidenza appare in netto calo negli uomini e stabile nelle donne: calano i tumori dello stomaco e del colon-retto (calo in gran parte attribuibile agli effetti dello screening oncologico che permette di interrompere la sequenza adenoma-carcinoma) e diminuiscono le leucemie.

  • Negli uomini continua il calo dei tumori del polmone e della prostata, e nelle donne dell’utero e dell’ovaio.

  • In entrambi i generi continua il trend in crescita dei tumori del pancreas, del melanoma e dei tumori della tiroide.

  • Negli uomini continua ad aumentare il tumore del testicolo.

  • Nelle donne aumentano il tumore del polmone e, in età 45-49 e 70+ anni (che sono le fasce di età nelle quali si è avuto un ampliamento dello screening programmato), il tumore della mammella.

  • Si stima che in Italia circa l’8,5% di tutti i tumori riconosca un’eziologia infettiva (31.365 nel 2017). Quasi 5.000 casi/anno sono attribuiti a infezioni croniche di ceppi oncogeni del virus del Papilloma umano (HPV), in particolare i tumori della cervice uterina e una quota variabile di quelli di ano, vagina, vulva, pene, cavità orale, faringe e laringe. In particolare, è stato stimato che in Italia tra i tumori causati da agenti infettivi, l’Helicobacter pylori sia causa del 42%, il virus dell’epatite B e C del 35%, l’HPV del 20%, l’Herpes virus (associato al sarcoma di Kaposi) del 3% e il virus di Epstein-Barr (responsabile del linfoma di Burkitt) dello 0,2%.

  • Persiste una difformità tra l’incidenza registrata nelle Regioni del Nord rispetto alle Regioni del Centro e Sud sia negli uomini sia nelle donne. Il tasso d’incidenza per tutti i tumori è tra gli uomini più basso dell’8% al Centro e del 17% al Sud/Isole rispetto al Nord e per le donne del 5% e del 18% rispettivamente.

  • Le 5 neoplasie più frequenti nel 2017 nella popolazione sono quelle del colon-retto (53.000 nuovi casi), seno (51.000, in crescita solo nelle fasce di età dove si è avuto un ampliamento dello screening, cioè fra i 45-49 anni e nelle over 70), polmone (41.800), prostata (34.800) e vescica (27.000).

  • Al Nord si registrano valori più elevati di sopravvivenza rispetto alle Regioni del Sud. Le percentuali più elevate di sopravvivenza a 5 anni si registrano in Emilia-Romagna e Toscana sia negli uomini (56%) sia nelle donne (65%).

  • La mortalità continua a diminuire in maniera significativa in entrambi i sessi come risultato di più fattori, quali la prevenzione primaria e in particolare la lotta al tabagismo, la diffusione degli screening su base nazionale e il miglioramento diffuso delle terapie in termini di efficacia e di qualità di vita in un ambito sempre più multidisciplinare e integrato. I decessi dovuti a tumori maligni nel 2014 (fonte: Istat) sono stati 177.301 (94.412 fra gli uomini e 77.889 fra le donne). In media, un uomo ogni 3 e una donna ogni 6 hanno la probabilità di morire a causa di un tumore. Il tumore che ha fatto registrare nel 2014 il maggior numero di decessi è quello al polmone (33.386), seguito da colon-retto (18.671), mammella (12.330 decessi), pancreas (11.186) e stomaco (9.557)

  • Complessivamente le donne hanno una sopravvivenza a 5 anni del 63%, migliore rispetto a quella degli uomini (54%), in gran parte determinata dal tumore della mammella, la neoplasia più frequente nelle donne, caratterizzata da una buona prognosi.

  • Le persone che si sono ammalate nel 2005-2009 hanno avuto una sopravvivenza migliore rispetto a chi si è ammalato nel quinquennio precedente sia negli uomini (54% vs 51%) sia nelle donne (64% vs 60%).

  • Negli uomini le sopravvivenze migliori si registrano per i tumori del testicolo, della prostata e della tiroide; nelle donne per i tumori della tiroide, della mammella e per il melanoma.

  • La sopravvivenza peggiore per entrambi i sessi riguarda ancora il tumore del pancreas (<10%).

  • Per quanto riguarda la prevalenza sono oltre 3.300.000 le persone vive oggi in Italia con una pregressa diagnosi di tumore. Negli uomini per i 2/3 sono rappresentate da pazienti con una diagnosi di tumore della prostata, del colon e della vescica, mentre nelle donne oltre il 40% è rappresentato da persone con un pregresso tumore della mammella.


Le novità dell’edizione 2017
Tra le novità di quest’anno, l’inserimento di nuovi capitoli che riguardano: alimentazione, inquinamento atmosferico e tumori, lo screening del colon-retto, i tumori HPV correlati e i tumori del sistema nervoso centrale. Un’altra novità è la presenza di Fondazione AIOM, a testimonianza dell’importanza del coinvolgimento anche dei pazienti oncologici e di chi li rappresenta. E proprio alla Fondazione si deve l’ultima, importante novità: la pubblicazione di una versione sintetica dedicata a pazienti, familiari e cittadini e a tutti coloro che hanno la curiosità di conoscere e approfondire questi temi, “per una migliore informazione e per una conoscenza più diffusa e consapevole”.

Entrambe le versioni sono accessibili in rete
I numeri del cancro in Italia 2017 – Versione per professionisti

I numeri del cancro 2017  - Versione per pazienti e cittadini
Come sappiamo, si stanno verificando nel Lazio alcuni casi “autoctoni” di infezione da chikungunya (in persone che non sono mai state all’estero in un periodo compatibile con il tempo di incubazione), identificati a partire dal 6 settembre 2017 nella zona di Anzio e successivamente in alcuni quartieri di Roma.

La Regione Lazio ha dedicato una pagina alla chikungunya con il materiale “per facilitare l’accesso alle informazioni relative ai comportamenti da adottare per contrastare i pericoli derivanti dalla zanzara tigre e da altri insetti”. Sulla pagina troverete, oltre alle informazioni generali, indicazioni per la protezione, la prevenzione e per chi viaggia. Alla voce Piano nazionale di sorveglianza, i pdf relativi al “Piano Nazionale di sorveglianza e risposta alle arbovirosi trasmesse da zanzare con particolare riferimento ai virus Chikungunya, Dengue e Zika - 2017” e il pdf relativo alle misure di prevenzione della trasmissione dell’infezione da virus Chikungunya mediante la trasfusione di emocomponenti labili (comuni di Roma e Anzio). Al piede della pagina, si trovano gli aggiornamenti più recenti.
Vai al sito: Regione Lazio: Chikungunya

Anche sul sito dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive IRCCS “L. Spallanzani” sono disponibili una serie di risorse sulla chikungunya. Come si legge nel comunicato, l’Istituto Spallanzani, oltre che riferimento per la diagnostica di laboratorio, può essere contattato dai medici di Pronto Soccorso nelle 24 ore per dirimere dubbi diagnostico - terapeutici con il supporto dello specialista infettivologo, nell’ambito della Rete Regionale delle Malattie Infettive, concordando anche l’eventuale opportunità di un ricovero nei casi, rari, per cui questo fosse necessario. È attivo inoltre presso l’Istituto un Ambulatorio specifico per le Malattie Tropicali, che può visitare i pazienti inviati dai Medici di Medicina Generale o dagli specialisti territoriali che ritenessero necessario inviare i casi di malattia sospetta o accertata pervenuti alla loro attenzione. Ricordiamo inoltre che è obbligatoria la notifica da parte del medico, anche dei casi sospetti, alla ASL competente per territorio. Sul sito dell’Istituto, oltre al comunicato, è possibile tra l’altro scaricare il pdf del documento: Sorveglianza e controllo delle arbovirosi trasmesse da zanzare (Aedes sp.) con particolare riferimento ai virus Chikungunya, Dengue e Zika – Regione Lazio – 2017. Gli argomenti trattati sono: le attività di sorveglianza e controllo, la sorveglianza dei casi umani, le modalità di segnalazione dei casi umani, l’invio dei campioni presso il Laboratorio Regionale di Riferimento, le misure di controllo, la sorveglianza entomologica e il controllo del vettore.
Vai al sito Istituto Nazionale per le Malattie Infettive IRCCS “L. Spallanzani”

Sul sito di epidemiologia EpiCentro, segnaliamo la revisione a cura di Caterina Rizzo - Dipartimento Malattie infettive, Iss, del 14 settembre 2017: Chikungunya

A livello internazionale, si rimanda al sito dell’ European Centre for Disease Prevention and Control, che proprio in occasione dell’epidemia in Emilia-Romagna del 2007, che colpì quasi 250 soggetti, preparò una pagina dedicata alla chikungunya con informazioni e consigli per la prevenzione e il controllo dell’infezione.

Segnaliamo infine una revisione sistematica sulle possibili conseguenze a lungo termine dell’infezione, pubblicata sulla rivista Travel Medicine and Infectious Disease: Long-term sequelae of chikungunya virus disease: A systematic review (van Aalst M et al.).

Pagine istituzionali

In che misura un intervento intensivo sullo stile di vita può contribuire a gestire il diabete di tipo 2? In che misura può ridurre il bisogno di assumere antiglicemici?

Uno studio danese in doppio cieco ha arruolato 98 soggetti con diabete non insulino-dipendente da meno di dieci anni che assumevano uno o due farmaci antiglicemici con livelli di emoglobina glicata (HbA1c)  inferiori al 9%. Età media 54.6 anni [SD, 8.9]; donne, 47 [48%]; valore medio di HbA1c, 6.7%. Erano esclusi i soggetti che avevano una o più delle seguenti complicazioni: retinopatia diabetica, macroalbuminuria, nefropatia.

Assistenza standard (gruppo standard). 34 partecipanti sono stati randomizzati a ricevere l’assistenza standard, che consisteva nel colloquio medico, informazioni sul diabete, consigli sullo stile di vita, all’inizio e ogni 3 mesi nell’arco di 1 anno. Il target glicemico era valori di HbA1c del 6.5%. Una volta raggiunto questo target, la dose dell’antiglicemico veniva dimezzata. Se il livello di HbA1c rimaneva poi invariato o si abbassava ulteriormente, l’antiglicemico veniva sospeso. Hanno completato lo studio 31 pazienti.

Assistenza standard + interventi sullo stile di vita (gruppo stile di vita). 64 partecipanti sono stati randomizzati a ricevere, oltre all’assistenza standard, un intervento che consisteva in 5-6 sedute settimanali di 30-60 minuti di attività fisica aerobica. Di queste, 2 o 3 sedute erano integrate con un allenamento specifico anaerobico (resistance training). Nei primi 4 mesi tutte le sedute di attività fisica erano sottoposte a supervisione, con una diminuzione progressiva della supervisione nell’arco dei 12 mesi. Il programma era integrato da una dieta (45%-60% carboidrati, 15%-20% proteine, 20-35% grassi, con una quota inferiore al 7% di grassi saturi), il cui obiettivo era raggiungere un indice di massa corporea uguale o inferiore a 25. Hanno completato lo studio 62 pazienti.

Risultati
A 12 mesi

  • il livello medio di HbA1c era passato da 6.65% a 6.34% nel gruppo stile di vita e da 6.74% a 6.66% nel gruppo standard.

  • 47 (73.5%) partecipanti del gruppo stile di vita hanno potuto ridurre l’uso di antiglicemici contro 9 (26.4%) del gruppo standard.


 A un’analisi post hoc è risultato che il 56.3% dei partecipanti del gruppo stile di vita aveva sospeso gli antiglicemici e il 10.9% ne aveva aumentato l’uso; per contro, nel gruppo standard, il 14.7% aveva sospeso l’assunzione di antiglicemici e il 44.1% ne aveva aumentato l’uso.

Tutti i partecipanti che hanno completato il trial avevano un buon controllo glicemico all’inizio dello studio e lo hanno mantenuto. Tuttavia, sintetizzando, quasi i tre quarti dei soggetti arruolati nel gruppo nel quale si è intervenuti in modo incisivo sullo stile di vita ha potuto sospendere almeno un farmaco, contro un quarto di quelli sottoposti a terapia standard.

Fonti
Johansen MY et al. Effect of an Intensive Lifestyle Intervention on Glycemic Control in Patients With Type 2 DiabetesA Randomized Clinical Trial. JAMA. 2017;318(7):637-646. doi:10.1001/jama.2017.10169
Ried-Larsen M et al. Head-to-head comparison of intensive lifestyle intervention (U-TURN) versus conventional multifactorial care in patients with type 2 diabetes: protocol and rationale for an assessor-blinded, parallel group and randomised trial. BMJ Open 2015;5(12):e009764.
Medico e fotografo, Francesco Nonino è stato presentato come “una personalità poliedrica (…) un artista che sfrutta la sua preparazione medica per analizzare il paesaggio con la minuzia con la quale si dovrebbe visitare un paziente.”

Per Nonino “l’oggettività della fotografia consiste nel distinguere il guardare dal vedere, registrando tracce di cose del mondo che l’occhio non vede”, come ha detto in un’intervista pubblicata su Kritika magazine. Nell’incontro romano il relatore distillerà la sua esperienza di medico e fotografo intervenendo  sull'imaging diagnostico come rappresentazione del paziente in una prospettiva che inquadri i progressi tecnologici più recenti all'interno della storia della riproduzione fotografica della malattia, con tutti i rischi connessi alla classificazione di disturbi e patologie; dall'altra, metterà in luce la rilevanza che il lavoro fotografico ha avuto come testimonianza della sofferenza della persona. Il valore della fotografia quindi come testimonianza di vissuti in grado di integrare le evidenze che scaturiscono dalla ricerca di popolazione.

Francesco Nonino (Udine, 1960) ha coniugato una formazione scientifica (laurea in medicina e specializzazione in neurologia) con un forte interesse per la fotografia coltivato attraverso la pratica e frequentando corsi presso l’Università e l’Accademia di Belle Arti di Bologna. E' stato assistente di Annie Leibovitz a New York City. Il suo lavoro è parte delle seguenti collezioni: Phillips Collection (Washington, DC), Library of Congress (Washington, DC), CSAC (Centro Studi e Archivio della Comunicazione, Università di Parma), Istituto Nazionale della Grafica (Roma), Bibliothéque Nationale de France (Parigi), Musée de l’Elysée (Losanna), Fondazione di Venezia (Venezia), Museo di Fotografia Contemporanea (Cinisello Balsamo, Milano), Museo di Palazzo Fortuny (Venezia). Vive e lavora a Modena.

[caption id="attachment_4819" align="alignleft" width="139"]Fotografia, scienza medica e verità BAL Talk 11[/caption]

BAL Talk 11 (locandina, pdf 638 KB)
Fotografia, scienza medica e verità: relazioni pericolose
Conversazione con Francesco Nonino AUSL di Modena, Direzione Generale Cura della persona, Salute e Welfare Regione Emilia Romagna | Introduce: Luca De Fiore Associazione Alessandro Liberati Network Italiano Cochrane

Lunedì 2 ottobre 2017
dalle ore 18.00 alle ore 19.30
Dipartimento di Epidemiologia
del SSR – Regione Lazio
Roma, Via Cristoforo Colombo, 112
Scala A - Piano II

 

 

Leggi anche l’intervista a cura di Chiara Pozzobon: Francesco Nonino. Habitat, Kritika magazine, February 21, 2016.

Vai all'archivio delle BAL Talks.
“Diabete e alcol: bere moderatamente abbassa il rischio”, “Bere vino 3-4 volte a settimana riduce il rischio di diabete”, “Consumo frequente alcolici riduce il rischio di diabete”, qua e là compare qualche pudico punto interrogativo “L’alcol non è pericoloso per il diabete?”. All’origine di questi titoli c’è uno studio danese pubblicato sulla rivista Diabetologia che mette in evidenza l’associazione tra consumo moderato di alcol e diminuzione del rischio di diabete. O, meglio, mette in evidenza, come vedremo, quanto possano essere fuorvianti certi studi osservazionali e molta informazione per il pubblico, più o meno esperto.

Lo studio. È uno studio di coorte basato sui dati del Danish Health Examination Survey 2007–2008. Sono stati ritenuti eleggibili 76.484 soggetti (28.704 uomini e 41.847 donne). I dati si basano sulle risposte a questionari sul consumo di bevande alcoliche. Le informazioni sono state ottenute dal registro nazionale danese del diabete. Nel corso del follow-up di 4,9 anni, 859 uomini e 887 donne hanno sviluppato diabete. Il rischio minore di diabete si registrava con un consumo settimanale di 14 unità alcoliche (1 unità = 12 g di etanolo) alla settimana per gli uomini (rischio inferiore del 43%) (HR 0.57 [95% CI 0.47, 0.70]) e 9 per le donne (rischio inferiore del 58%) (HR 0.42 [95% CI 0.35, 0.51]). Una unità alcolica è contenuta in un bicchiere piccolo (125 ml) di vino di media gradazione o in una lattina di birra (330 ml) di media gradazione o in una dose da bar (40 ml), di superalcolico. In confronto a chi consumava alcol meno di una volta a settimana, il consumo di alcol 3-4 giorni a settimana era associato a un rischio di diabete inferiore del 27% negli uomini (HR 0.73 [95% CI 0.59, 0.94]) e del 32% nelle donne (HR 0.68 [95% CI 0.53, 0.88]).

Gli autori concludono: “I nostri risultati suggeriscono che la frequenza dell’assunzione di alcol è associata con il rischio di diabete e che il suo consumo nell’arco di 3-4 giorni è associato con un rischio inferiore di diabete”.

Tuttavia è prematuro brindare al nuovo studio, come spiega bene l’epidemiologo Gideon Meyerowitz-Katz. In primo luogo, si tratta di uno studio osservazionale, e questo significa che ricerca le associazioni, e non le cause, e che molto probabilmente c’è una ragione esterna per la quale le persone che bevono quantità moderate d’alcol sono, di base, più sane rispetto a quelle che non bevono affatto o bevono molto. Probabilmente sono persone con maggiori disponibilità economiche, e lo status socio-economico, lo evidenziano numerosi articoli e volumi come The Health gap dell’epidemiologo Michael Marmot, è uno dei principali fattori che influenzano le condizioni di salute. Proprio questo avrebbe evidenziato, per esempio, una ricerca neozelandese secondo il quale i “benefici per la salute” del consumo moderato di alcol, nelle persone anziane oggetto dello studio, erano da attribuire principalmente alle migliori condizioni socio-economiche.

È di marzo 2017 una ricerca pubblicata sul BMJ: qui il consumo moderato di alcolici era associato a un rischio inferiore di alcune (non tutte) malattie cardiovascolari, e naturalmente anche in questo caso è stato tutto un fiorire di notizie sui vantaggi per il cuore associati a un consumo moderato di alcol, anche se gli stessi autori della ricerca del BMJ si erano raccomandati, sottolineando che “sarebbe poco saggio incoraggiare le persone a bere per diminuire il rischio. Ci sono modi più sicuri ed efficaci per ridurre il rischio cardiovascolare, come aumentare l’attività fisica e smettere di fumare, senza i rischi associati all’alcol, come la dipendenza, le malattie del fegato e il cancro”, tanto per essere chiari. Segnaliamo anche che pochi mesi dopo il suddetto articolo, sempre sul BMJ un altro studio osservazionale concludeva che “Il consumo di alcol, anche a livelli moderati, è associato a eventi cerebrali avversi, inclusa l’atrofia ippocampale”, una forma di danno cerebrale che colpisce la memoria e l’orientamento spaziale e contribuisce al declino della funzione cerebrale. Come riassume l’editoriale a commento dell’articolo: “Gli studi epidemiologici riportano spesso migliori esiti per la salute in chi beve moderatamente rispetto a chi non beve alcolici (…)  ma raffinando i metodi di indagine che analizzano l’associazione tra alcol e salute, le dimensioni dei benefici apparenti si riducono sostanzialmente”.

Una tempesta in un bicchiere di vino? Sembra proprio di sì. Rimane valida la regola per cui meno alcol si beve, meglio è, in estrema sintesi.

Per gli amanti delle bistecche, ci sarebbe lo studio PURE (Prospective Urban Rural Epidemiology), anche questo osservazionale, che ha coinvolto 18 paesi, la maggior parte dei quali a medio reddito (per es. Argentina, Brasile, Cile) e basso reddito (per es. Bangladesh, India). I paesi ad alto reddito erano rappresentati da Canada, Svezia e Emirati Arabi Uniti.

La conclusione della ricerca: “High carbohydrate intake was associated with higher risk of total mortality, whereas total fat and individual types of fat were related to lower total mortality” è stata tradotta dai media in titoli come “Contrordine salutisti, la carne non fa più male” o “Bistecche, formaggi e grassi non fanno male”. Come fa notare l’editoriale che commenta l’articolo, i prodotti di derivazione animale contengono molti micronutrienti la cui assunzione potrebbe essere insufficiente nelle popolazioni (analizzate dallo studio) con una dieta ad alte percentuali di carboidrati. Inoltre, un altro articolo, sempre a cura del gruppo PURE, riferisce che l’assunzione di frutta, legumi e verdure crude (raw vegetables) (tre fonti di carboidrati) era associata a una mortalità inferiore. “Questa discrepanza suggerisce che i carboidrati lavorati, inclusi gli zuccheri aggiunti e i cereali raffinati, sono quelli che determinano tale associazione”, l’associazione cioè tra consumo di carboidrati e mortalità. Un commento molto articolato viene da David Katz, fondatore del Yale-Griffin Prevention Research Center, della Yale University. Fa notare in primo luogo che nello studio PURE sui grassi e sui carboidrati, la percentuale di calorie corrispondente all’assunzione di grassi andava, nei paesi studiati, dal 18% al 30% e quella di grassi saturi dal 6%-11%. Percentuali inferiori a quelle assunte in media negli USA e nella maggior parte dei paesi europei. Inoltre non veniva specificato quali erano le fonti alimentari dei carboidrati, che molto probabilmente consistevano in “qualcosa come riso bianco e poco altro”. Secondo Katz, quello che suggerisce lo studio PURE è che “la percentuale di calorie da carboidrati era più alta, laddove c’era più povertà, il minore accesso ad assistenza medica e il maggior rischio di morire per traumi, malattie infettive ecc. (…) le persone molto povere e con quasi niente da mangiare si ammalano e muoiono più spesso di quelle più ricche, con accesso a diete più variate e a ospedali”. Altro elemento da sottilineare è che questo studio è di tipo osservazionale: un tipo di studio che suggerisce associazioni, e viene utilizzato per generare ipotesi, da confermare o confutare con studi in cui vengono esaminati interventi, come gli studi randomizzati controllati. Qui abbiamo l’inverso: uno studio osservazionale che confuterebbe dati già confermati da studi metodologicamente più affidabili.

Fonti e approfondimenti:
Holst C, Becker U, Jørgensen ME, Grønbæk M, Tolstrup JS. Alcohol drinking patterns and risk of diabetes: a cohort study of 70,551 men and women from the general Danish population. Diabetologia 2017; 60 (10): 1941–50.
Gideon Meyerowitz-Katz. No, alcohol will not prevent or cure your diabetes, Observer, 1 August 2017.
Gideon Meyerowitz-Katz. The Myth of Moderate Drinking, Observer, 12 May 2017
Towers A et al. The “health benefits” of moderate drinking in older adults may be better explained by socioeconomic status. The Journals of Gerontology: Series B, gbw152, https://doi.org/10.1093/geronb/gbw152
Bell S et al. Association between clinically recorded alcohol consumption and initial presentation of 12 cardiovascular diseases: population based cohort study using linked health records. BMJ 2017;356:j909
Topiwala A et al. Moderate alcohol consumption as risk factor for adverse brain outcomes and cognitive decline: longitudinal cohort study. BMJ 2017;357:j2353 published 06 June 2017)
Welch KA. Alcohol consumption and brain health. BMJ 2017;357:j2645 published 06 June 2017

Ramsden CE, Domenichiello AF. PURE study challenges the definition of a healthy diet: but key questions remain. Lancet, Available online 29 August 2017. DOI: http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(17)32241-9
Dehghan M, Mente A, Zhang X, et al, on behalf of the Prospective Urban Rural Epidemiology (PURE) study investigators. Associations of fats and carbohydrate intake with cardiovascular disease and mortality in 18 countries from five continents (PURE): a prospective cohort study. Lancet 2017; published online Aug 29. http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(17)32252-3.
Miller V, Mente A, Dehghan M, et al. Fruit, vegetable, and legume intake, and cardiovascular disease and deaths in 18 countries (Prospective Urban Rural Epidemiology [PURE]): a prospective cohort study. Lancet  2017; published online Aug 29. http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(17)32253-5.

David L. Katz Diet and health: puzzling past paradox to PURE understanding, Huffpost, August 31, 2017
Collins C. New study finding fat isn’t as bad as carbs misses the point. The Conversation; August 30, 2017.
Un articolo pubblicato sugli Annals of Internal Medicine riapre la discussione sullo screening per il tumore della prostata.

Un gruppo internazionale di ricercatori, coordinato da Alex Tsodikov (Department of Biostatistics, University of Michigan, Washington) ha rianalizzato i dati di due importanti trial sullo screening per il tumore della prostata: l’European Randomized Study of Screening for Prostate Cancer (ERSPC) e il Prostate, Lung, Colorectal, and Ovarian Cancer Screening Trial (PLCO) statunitense. I due trial furono pubblicati nel 2009 sullo stesso fascicolo del New England Journal of Medicine e arrivavano a conclusioni divergenti. Secondo il trial europeo lo screening con il test del PSA era associato a una riduzione di circa il 20% della mortalità da tumore della prostata, mentre secondo quello statunitense non c’erano differenze rilevanti nella mortalità tra chi si sottoponeva a screening e chi no.

Come sono stati rianalizzati i dati? Nei due studi erano stati confrontati i dati relativi agli uomini che erano stati invitati allo screening con quelli che non lo erano stati; nella rianalisi sono stati invece confrontati i dati relativi agli uomini che effettivamente erano stati sottoposti a screening con quelli che non lo erano stati.

Dalla rianalisi è emerso che il rischio di morte da tumore della prostata nella popolazione sottoposta a screening era inferiore sia nel trial europeo, ERSPC (25%-31%), sia in quello USA, PLCO (27%-32%).

Le conclusioni degli autori: “Secondo il trial europeo e quello americano lo screening, confrontato con nessuno screening, abbassa il rischio di morte dovuta a tumore alla prostata”.

Sembrerebbe dunque di essere arrivati a una svolta nel dibattito sull’opportunità dello screening con il test del PSA. Ma un editoriale e altri autorevoli commenti invitano alla cautela e a considerare la questione in tutta la sua complessità.

Allan Brett, editor-in-chief del NEJM Journal Watch General Medicine, fa osservare che, dai dati del trial europeo, era già noto che lo screening dà una piccola riduzione assoluta nella mortalità da tumore della prostata “ma bisogna trattare molti uomini (o sottoporli ripetutamente a test e biopsie) perché una singola persona ne tragga beneficio”, e conclude: “Questa analisi non cambia niente. Siamo sempre alla discussione sul rapporto rischi/benefici dello screening”.

In un editoriale di commento all’articolo, Andrew Vickers, del Memorial Sloan Kettering Cancer Center, fa notare che i due trial non sono confrontabili. Nel trial statunitense la metà dei pazienti di controllo era stata sottoposta al test del PSA prima dell’arruolamento. Per quanto riguarda l’altra metà, l’esame era stato eseguito sul 90% dei soggetti, quindi il trial, effettivamente, ha confrontato “uno screening opportunistico con uno sistematico”.

Vickers prova a fissare alcuni punti, premettendo che, sì, con lo screening si salvano delle vite, ma rimane il rischio di sovradiagnosi e di sovratrattamento.

  • Bisogna favorire il processo delle decisioni condivise, utilizzando anche ausili decisionali.

  • Si dovrebbe interrompere lo screening nei soggetti che “hanno poco da guadagnarci”. “Gli uomini over70 è poco probabile che traggano beneficio dallo screening, tuttavia sono quelli che vi sono sottoposti più frequentemente”.

  • La biopsia andrebbe eseguita solo nei soggetti positivi allo screening e a rischio di malattia aggressiva. Sono disponibili diversi marker per aiutare a decidere se eseguirla o no.

  • Gli uomini che hanno poche probabilità di trarne beneficio, non dovrebbero essere sottoposti a trattamenti aggressivi. “Almeno il 50% dei soggetti che hanno ricevuto diagnosi di tumore, dopo che è stato evidenziato un livello di PSA moderatamente elevato, ha una malattia di basso grado, con poche probabilità di portare a morbilità o mortalità, e che può essere trattata in modo conservativo”.

  • Infine, vanno usati trattamenti efficaci. “Troppi pazienti con tumore alla prostata localizzato aggressivo sono trattati da chirurghi poco esperti, con dosi inadeguate di radioterapia o con terapia a base di deprivazione di androgeni inefficace”.


Secondo Vickers, seguendo tali raccomandazioni, in particolare sospendendo lo screening a 70 anni e utilizzando biomarker specifici prima della biopsia, si potrebbe ridurre la sovradiagnosi del 70%.

Provando a concludere, l’editorialista dichiara: “La controversia sullo screening basato sull’esame del PSA non dovrebbe più essere sui suoi benefici; dovremmo invece chiederci se possiamo cambiare il nostro comportamento, in modo che possa fare più bene che male”.

Fonti e approfondimenti:
Tsodikov A et al. Reconciling the effects of screening on prostate cancer mortality in the ERSPC and PLCO trials. Ann Intern Med 2017, 5 September 2017 [Epub ahead of print]. doi:10.7326/M16-2586
Vickers A. Prostate cancer screening: time to question how to optimize the ratio of benefits and harms. Ann Intern Med, , 5 September 2017  [Epub ahead of print] doi:10.7326/M17-2012
Vickers AJ, Edwards K, Cooperberg MR, Mushlin AI. A simple schema for informed decision making about prostate cancer screening. Ann Intern Med. 2014;161:441-2. [PMID: 25222389] doi:10 .7326/M14-0151
Melissa Healy. PSA screening for prostate cancer saves lives after all, study says. Los Angeles Times, 4 September 2017.
Amy Orciari Herman. More support for prostate cancer screening? NEJM Journal Watch Physician's First Watch, September 5, 2017.

Andriole GL, et al; PLCO Project Team. Mortality results from a randomized prostate-cancer screening trial. N Engl J Med 2009;360:1310-9. [PMID: 19297565] doi:10.1056/NEJMoa0810696
Schröder FH, et al; ERSPC Investigators. Screening and prostate-cancer mortality in a randomized European study. N Engl J Med. 2009;360: 1320-8. [PMID: 19297566] doi:10.1056/NEJMoa0810084
Barry MJ. Screening for prostate cancer—the controversy that refuses to die [Editorial]. N Engl J Med. 2009;360:1351-4. [PMID: 19297564] doi:10.1056/NEJMe0901166

BAL: Prostata: chirurgia, radioterapia e sorveglianza attiva a confronto, 12 giugno 2017.

 
Il consumo di carne rossa è stato associato a rischi per la salute e la produzione intensiva di bovini è una delle principali fonti di emissione di gas serra dal settore agricolo. Uno studio del Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale, Regione Lazio (DEP) pubblicato su PLoS One tenta per la prima volta di quantificare quali sarebbero i benefici per la salute (in termini di riduzione della mortalità) e per l’ambiente (in termini di riduzione delle emissioni di gas serra e quindi di mitigazione dei cambiamenti climatici) legati a una riduzione del consumo di carne rossa e lavorata in Italia.

I consumi in Italia. In Italia il consumo di carne è triplicato negli ultimi 50 anni. Per questo studio sono stati considerati gli ultimi dati disponibili dell’Indagine nazionale sui consumi alimentari in Italia a cura dell’INRAN-SCAI che indicano una media di 406 gr/settimana per la carne di manzo e di 245 gr/settimana per le carni lavorate.

 Quali sarebbero i vantaggi per la salute riducendo il consumo ai livelli raccomandati dal modello della piramide mediterranea? Ipotizzando un consumo di 150 grammi di carne di manzo a settimana, lo studio stima una riduzione della mortalità per tumore al colon-retto compresa tre l’1,2% e il 6%, e una riduzione della mortalità per cause cardiovascolari tra l’1,2% e il 5,2%. Riducendo a 50 gr a settimana il consumo di carni lavorate si otterrebbe una riduzione tra il 3,0% e il 7,2% delle morti per tumore del colon retto e tra il 2,7% ed il 9,3% per malattie cardiovascolari.

Uno scenario di consumo di carni rosse secondo i livelli raccomandati determinerebbe inoltre, nelle generazioni future, un aumento medio della speranza di vita alla nascita di 7 mesi.

La riduzione del consumo di carne avrebbe anche un considerevole impatto sulle emissioni di gas serra. Globalmente si stima che il settore agricolo contribuisce per circa un quinto al totale delle emissioni di CO2, di cui circa l’80% sarebbe attribuibile all’allevamento di bestiame, in particolare di bovini. Secondo lo scenario ipotizzato nello studio le emissioni si ridurrebbero di 8000–14000 Gg CO2 eq, con una diminuzione pro capite di 263 KgCO2eq. Tali valori sono in linea con gli obiettivi di riduzione delle GHG dell’Unione Europea che prevedono una riduzione del 40% delle emissioni interne entro il 2030 e dell’80% entro il 2050.

Differenze regionali e di genere. Mentre il consumo di carne lavorata è uniforme in tutta l’Italia, quello di carne di manzo è superiore nelle regioni del Nord-Ovest. Inoltre, in tutte le aree geografiche si registra, tra le donne, una minore percentuale di consumatrici abituali, con un consumo inferiore rispetto agli uomini. Lo studio pubblicato su PLoS One evidenzia come le differenze geografiche e di genere dei consumi si riflettono in potenziali benefici più elevati per gli uomini e per le popolazioni del nord-ovest.

Piccoli cambiamenti, grandi risultati
 “Questo studio fornisce, per la prima volta in Italia, evidenze dei benefici per la salute e per l’ambiente legati ad una riduzione nel consumo di carne rossa verso l’obiettivo fissato dalla dieta mediterranea di 150 gr a settimana pro-capite”, sottolineano le autrici e aggiungono: “Andrebbero migliorate le strategie per motivare la popolazione ad introdurre cambiamenti nella loro dieta, tenendo conto delle differenze di consumi a livello locale. È inoltre necessario migliorare la consapevolezza della popolazione generale sui temi ambientali”. E concludono: “Ora e in futuro la sanità pubblica deve avere un ruolo importante nello stabilire priorità nell’uso delle risorse e nella protezione dei gruppi più vulnerabili, che sono i più colpiti da stili di vita poco sani e dall’ingiustizia ambientale”.

Fonti
Farchi S, De Sario M, Lapucci E, Davoli M, Michelozzi P. Meat consumption reduction in Italian regions: Health co-benefits and decreases in GHG emissions. PLoS ONE Published: August 15, 2017 https://doi.org/10.1371/journal.pone.0182960
Bach-Faig A, Berry EM, Lairon D, Reguant J, Trichopoulou A, Dernini S, et al. Mediterranean Diet Foundation Expert Group. Mediterranean diet pyramid today. Science and cultural updates. Public Health Nutr. 2011;14: 2274–2284. pmid:22166184
Ferri M, Allara E, Bo A, Gasparrini A, Faggiano F. Media campaigns for the prevention of illicit drug use in young people. Cochrane Database of Systematic Reviews 2013, Issue 6. Art. No.: CD009287. DOI: 10.1002/14651858.CD009287.pub2.

Background
Le campagne specifiche per la prevenzione dell’uso di sostanze rivolte ai giovani e svolte attraverso i mass media sono ampiamente utilizzate. Esse mirano a ridurre l'uso di sostanze illecite e ad aumentare la consapevolezza del problema.

Obiettivi
Valutare l'efficacia delle campagne che utilizzano i mass media per prevenire o ridurre l'uso o l'intenzione di utilizzare droghe illecite tra i giovani.

Strategia di ricerca
Sono stati ricercati il Cochrane Central Register of Controlled Trials (CENTRAL, The Cochrane Library 2013, Issue 1), che include il registro Specializzato del Gruppo Cochrane Droghe e Alcol; MEDLINE via PubMed (dal 1966 al 29 gennaio 2013); EMBASE (dal 1974 al 30 gennaio 2013) and ProQuest Dissertations & Theses A&I (dal 1861 al 3 febbraio 2013).

Criteri di selezione degli studi
Studi controllati randomizzati a cluster, studi di coorte prospettici e retrospettivi, serie interrotte di casi e studi controllati prima e dopo che valutavano l'efficacia delle campagne mediatiche per influenzare l'atteggiamento dei giovani sotto i 26 anni circa l'uso di droghe e l'intenzione di utilizzarle.

Raccolta e analisi dei dati
È stata utilizzata la metodologia standard Cochrane.

Risultati principali
Abbiamo incluso 23 studi che coinvolgevano 188.934 giovani. Gli studi sono stati condotti negli Stati Uniti, in Canada e in Australia tra il 1991 e il 2012. Dodici studi erano studi controllati randomizzati (RCT), due studi di coorte prospettici (PCS), uno studio era sia RCT che PCS, sei studi erano serie temporali interrotte, due erano studi controllati prima dopo (CBA). Gli RCT erano in generale a basso rischio di bias, così come gli ITS (se si esclude la dimensione “'formal test of trend”), anche i PCS erano di buona qualità, escludendo la descrizione dei persi al follow-up.

Il consumo illegale di droga autoriportato o valutato da biomarcatori è stato misurato con una serie di scale pubblicate e non che rendono difficili i confronti. I risultati sintetizzati statisticamente di cinque RCT (N = 5470) non mostrano alcun effetto dell'intervento con campagna mediatica: SMD -0,02 (95% IC da -0,15 a 0,12).

È stata fatta una meta-analisi anche dei risultati di cinque studi ITS (N = 26,405) che si focalizzavano principalmente sull’uso di amfetamine. Su quattro stime aggregate (due endpoint misurati in due gruppi di età), si è verificata una riduzione solo nella prevalenza dell'utilizzo di metanfetamine da 12 a 17 anni.

Altri cinque studi (disegni = un RCT con PCS, due PCS, due ITS, una CBA, N = 151,508), i cui risultati non è stato possibile inserire nelle meta-analisi, valutavano l’esito uso di droghe e avevano risultati contrastanti incluso un chiaro effetto iatrogeno in un caso e una riduzione dell’uso in un altro.

Conclusioni degli autori
Nel complesso, le prove disponibili non consentono di trarre conclusioni circa l'effetto delle campagne mediatiche sull'uso illegale di droga tra i giovani. Concludiamo che sono necessari ulteriori studi.
Gates S, McCambridge J, Smith LA, Foxcroft D. Interventions for prevention of drug use by young people delivered in non-school settings. Cochrane Database of Systematic Reviews 2006, Issue 1. Art. No.: CD005030. DOI: 10.1002/14651858.CD005030.pub2.

Background
Gli interventi tesi a prevenire o ridurre l'uso di droghe da parte dei giovani possono essere svolti nelle scuole o in altri ambienti. Questa revisione mira a riassumere la letteratura corrente sull'efficacia degli interventi svolti in ambienti non scolastici.

Obiettivi
(1) - Riassumere le attuali prove sull'efficacia degli interventi svolti in ambienti non scolastici mirati a prevenire o ridurre l'uso di droghe da parte di giovani di età inferiore a 25 anni.

(2) - Indagare se gli effetti degli interventi sono modificati dal tipo, dal setting in cui l’intervento viene effettuato e dall'età dei giovani cui viene proposto.

(3) – Identificare le aree che necessitano di ulteriori studi.

Strategia di ricerca
Sono stati ricercati il Cochrane Central Register of Controlled Trials (CENTRAL - The Cochrane Library Issue 4, 2004), MEDLINE (1966-2004), EMBASE (1980-2004), PsycInfo (1972-2004), SIGLE (1980-2004), CINAHL (1982-2004) and ASSIA (1987-2004) e i riferimenti bibliografici degli studi individuati attraverso le strategie di ricerca.

Criteri di selezione degli studi
Studi randomizzati che valutavano interventi finalizzati a prevenire l'uso di droga da parte di giovani di età inferiore ai 25 anni, svolti in un ambiente non scolastico, rispetto a nessun intervento o un altro intervento, e che consideravano esiti rilevanti per questa revisione.

Raccolta e analisi dei dati
Due autori hanno valutato in modo indipendente la qualità degli studi ed estratto i dati. I risultati sono presentati in modo narrativo poiché erano troppo eterogenei per poter essere inseriti in una meta-analisi. Risultati principali
Diciassette studi, 9 studi randomizzati per cluster, con 253 cluster, 8 studi randomizzati individuali con 1.230 partecipanti, che valutavano quattro tipi di interventi: intervista motivazionale o intervento breve, interventi educazionali o di formazione delle competenze, interventi familiari e interventi di comunità con multicomponenti. Molti studi avevano limiti metodologici, in particolare alte perdite al follow-up. Gli studi sono troppo pochi per poter trarre conclusioni definitive. Uno studio sull'intervista motivazionale suggeriva che questo intervento fosse vantaggioso nel prevenire l'uso di cannabis. Tre interventi familiari (Focus on Families, Iowa Strengthening Families Program e Preparing for the Drug-Free Years), ognuno valutato in un solo studio, si dimostravano utili per prevenire l'uso di cannabis. Gli studi sugli interventi comunitari con multi-componenti non hanno evidenziato forti effetti rispetto alla prevenzione dell’uso di droghe e i due studi sull'istruzione e sulla formazione delle competenze non hanno trovato differenze tra i gruppi di intervento e quelli di controllo.

Conclusioni degli autori
Esiste una mancanza di prove sull'efficacia degli interventi considerati. L'intervista motivazionale e alcuni interventi familiari possono avere qualche vantaggio. La costo-efficacia non è ancora stata affrontata in nessuno studio, e ulteriori ricerche sono necessarie per determinare se uno di questi interventi può essere raccomandato.
Faggiano F, Minozzi S, Versino E, Buscemi D. Universal school-based prevention for illicit drug use. Cochrane Database of Systematic Reviews 2014, Issue 12. Art. No.: CD003020. DOI: 10.1002/14651858.CD003020.pub3.

Background
La tossicodipendenza è una malattia cronica e recidivante. Gli interventi primari dovrebbero mirare a ridurre il primo utilizzo di droghe o a impedire la transizione dall'uso sperimentale alla dipendenza. La scuola è la cornice appropriata per interventi preventivi.

Obiettivi
Valutare l'efficacia degli interventi universali svolti in ambito scolastico per ridurre l'uso delle droghe confrontandoli con le normali attività curricolari o con nessun intervento.

Strategia di ricerca
Sono stati ricercati il Registro dei Trial del Gruppo Cochrane Droghe e Alcol (settembre 2013), il Registro Centrale Cochrane (2013, Issue 9), PubMed (dal 1966 a settembre 2013), EMBASE (dal 1988 a settembre 2013) e altri database. Inoltre sono state considerate le referenze bibliografiche degli studi reperiti attraverso le strategie di ricerca e sono stati contattati i ricercatori esperti in questo campo.

Criteri di selezione degli studi
Studi controllati randomizzati (RCT) che valutavano gli interventi svolti in ambiente scolastico mirati a prevenire l’uso di droghe illecite

Raccolta e analisi dei dati
È stata utilizzata la metodologia standard Cochrane.

Risultati principali
Sono stati inclusi 51 studi con 127.146 partecipanti. I programmi venivano svolti principalmente tra alunni del sesto e settimo grado (11-13 anni). La maggior parte degli studi è stata condotta in USA.

Approccio mirato a sviluppare le competenze sociali verso le normali attività curricolari o nessun intervento
Uso di marijuana al follow-up inferiore a 12 mesi. I risultati erano in favore dell’intervento mirato allo sviluppo delle competenze sociali, 4 studi, 9.456 partecipanti: RR 0.90 (95% IC da 0.81 a 1.01), qualità delle prove moderata. Altri sette studi hanno valutato questo esito (mancanza di dati utili per essere inseriti nella meta-analisi): due hanno mostrato un effetto positivo dell'intervento, tre hanno mostrato un effetto positivo ma non statisticamente significativo, uno ha trovato un effetto significativo a favore del gruppo di controllo e uno ha trovato una tendenza a favore del gruppo di controllo.

Uso di marijuana al follow-up superiore a 12 mesi. I risultati erano in favore dell’intervento mirato allo sviluppo delle competenze sociali, 1 studio, 2.678 partecipanti: RR 0.86 (95% IC da 0.74 a 1.00), qualità delle prove alta. Altri sette studi hanno valutato questo esito (mancanza di dati utili per essere inseriti nella meta-analisi): due hanno mostrato un effetto positivo dell'intervento, tre hanno mostrato un effetto positivo ma non statisticamente significativo, uno ha trovato un effetto significativo a favore del gruppo di controllo e uno una tendenza a favore del gruppo di controllo.

Uso di droghe pesanti al follow-up inferiore a 12 mesi. Uno studio, 2.090 partecipanti, non ha evidenziato differenze tra gli interventi: RR 0.69 (95% IC da 0.40 a 1.18), qualità delle prove moderata. Altri due studi hanno valutato questo esito (mancanza di dati utili per essere inseriti nella meta-analisi): uno ha mostrato risultati simili fra il gruppo di intervento e quello di controllo; l’altro ha trovato una tendenza statisticamente non significativa a favore dell'approccio mirato a migliorare le competenze sociali.

Uso di droghe pesanti al follow-up superiore a 12 mesi. Uno studio, 1.075 partecipanti, non ha evidenziato differenze tra gli interventi: MD -0,01 (95% IC da -0,06 a 0,04), prove di alta qualità. Uno studio senza dati utili per la meta-analisi ha mostrato risultati simili tra il gruppo di intervento e quello di controllo.

Uso di qualsiasi droga al follow-up inferiore a 12 mesi. I risultati di due studi, 2.512 partecipanti, sono a favore degli interventi mirati a favorire le competenze sociali: RR 0.27 (95% IC da 0.14 a 0.51), qualità delle prove moderata. Uno studio con 1.566 partecipanti con dati continui non evidenziava differenze tra gli interventi: MD 0.02 (95% IC da -0.05 a 0.09), qualità delle prove moderata.

Approcci mirati all’influenza sociale verso le normali attività curricolari o nessun intervento
Uso di marijuana al follow-up inferiore a 12 mesi. Tre studi, 10,716 partecipanti, hanno evidenziato un effetto quasi statisticamente significativo a favore dell'approccio di influenza sociale: RR 0.88 (95% IC da 0.72 a 1.07), qualità delle prove moderata. Uno studio con 764 partecipanti con dati continui riportava risultati favorevoli all'intervento sociale: MD -0.26 (95% IC da -0.48 a -0.04).

Uso di marijuana al follow-up superiore a 12 mesi. Uno studio, 5.862 partecipanti, non ha evidenziato differenze tra gli interventi: RR 0.95 (95% IC da 0.81 a 1.13), qualità delle prove moderata. Uno studio con 764 partecipanti con dati continui riportava risultati quasi statisticamente significativi a favore dell'intervento sociale: MD -0.22 (95% IC da -0.46 a 0.02). Dei quattro studi che non fornivano dati utili per la meta-analisi, un effetto protettivo statisticamente significativo è stato trovato solo da uno studio.

Uso di droghe pesanti al follow-up superiore a 12 mesi. Uno studio che non forniva dati utili per la meta analisi dimostrava un effetto protettivo dell’approccio di influenza sociale.

Uso di qualsiasi sostanza. Nessuno studio valutava questo esito.

Approccio combinato verso le normali attività curricolari o nessun intervento
Uso di marijuana al follow-up inferiore a 12 mesi. In tre studi, 8701 partecipanti, si evidenziava un trend a favore dell'intervento: RR 0.79 (95% IC da 0.59 a 1.05), qualità delle prove moderata qualità. Uno studio con 693 partecipanti con dati continui e non evidenziava differenze: MD -1.90 (95% IC da -5.83 a 2.03).

Uso di marijuana al follow-up superiore a 12 mesi. I risultati di 6 studi, 26.910 partecipanti, erano in favore dell'intervento combinato: RR 0.83 (95% CI da 0.69 a 0.99), qualità delle prove moderata. Uno studio con 690 partecipanti con dati continui e non evidenziava differenze: MD -0.80 (95% IC da -4,39 a 2,79). Due studi che non fornivano dati utili per la meta-analisi non hanno trovato un effetto positivo statisticamente significativo.

Uso di droghe pesanti al follow-up inferiore a 12 mesi. Uno studio con 693 partecipanti riportava dati sia dicotomici che continui e aveva risultati conflittuali: nessuna differenza per i risultati dicotomici: RR 0.85 (95% IC da 0.63 a 1.14), risultati in favore dell’intervento combinato per le misure continue: MD -3.10 (95% IC da 5.90 a -0.30). La qualità delle prove era alta.

Uso di droghe pesanti al follow-up superiore a 12 mesi. Due studi, 1.066 partecipanti, non evidenziavano differenze: RR 0.86 (95% IC da 0.39 a 1.90), prove di alta qualità. Uno studio con 690 partecipanti con dati continui non riportava differenze: MD 0.30 (95% IC da -1.36 a 1.96). Due studi che non fornivano dati utili per la meta-analisi hanno mostrato un effetto positivo del trattamento.

Uso di qualsiasi sostanza al follow-up inferiore a 12 mesi. I risultati di uno studio con 6362 partecipanti erano in favore dell'intervento combinato: RR 0.76 (95% IC da 0.64 a 0.89).

Solo uno studio ha valutato l'effetto di un intervento mirato alle conoscenze sull'uso di droghe e non ha trovato alcun effetto. I tipi di confronti e i programmi valutati negli altri due gruppi di studi erano molto eterogenei e difficili da sintetizzare.

Conclusioni degli autori
I programmi scolastici basati su una combinazione di competenze sociali e approcci sociali hanno mostrato, in media, piccoli ma consistenti effetti protettivi per prevenire l'uso di stupefacenti, anche se alcuni risultati non hanno raggiunto la significatività statistica. Anche alcuni programmi basati sull'approccio mirato allo sviluppo di competenze sociali hanno mostrato effetti protettivi rispetto ad alcuni degli esiti considerati.

Poiché gli effetti dei programmi basati su interventi svolti nelle scuole sono piccoli, al fine di ottenere un impatto a livello di popolazione, essi dovrebbero far parte di strategie più complete per la prevenzione dell'uso delle droghe.

 

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