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EBN

EBN – Presentazione

Pubblicato mercoledì 14 maggio 2014

L’espressione Evidence-based Nursing (EBN) è stata coniata intorno alla metà degli anni Novanta, quindi qualche anno dopo la formulazione esplicita dei concetti fondamentali della Evidence-based Medicine (EBM). Nel tempo trascorso da allora, teoria e pratica dell’EBN sono penetrate capillarmente nel mondo infermieristico di quasi tutti i paesi del mondo; il percorso formativo di gran parte degli operatori del nursing si ispira oggi a questi principi, così come molte agenzie sanitarie governative hanno deciso di istituire gruppi di lavoro volti a indirizzare l’attività assistenziale e a studiare le modalità preferibili per trasferire i risultati della ricerca nella pratica clinica.

I quesiti della pratica infermieristica

Ogni giorno, nello svolgimento della propria attività, l’infermiere deve adottare – insieme ad altre figure professionali – delle scelte sanitarie che incidono direttamente e in misura rilevante sul benessere del paziente. I primi quesiti da porsi, quindi, sono: su quali criteri si basano queste scelte? Hanno un’utilità concreta per il paziente? Potrebbero procurargli dei disagi o delle sofferenze evitabili?

In effetti, anche gli interventi infermieristici privi d’effetto, ossia che non comportano per il paziente né un danno, né un miglioramento reale delle sue condizioni, vanno considerati negativi poiché possono costituire uno spreco o comunque un impiego improprio delle risorse materiali e umane disponibili, che invece potrebbero andare a beneficio d’altri pazienti.

Com’è noto, ogni ritardo nella diffusione di nuove conoscenze, o l’incertezza sulla loro affidabilità, può comportare delle carenze organizzative o anche errori nell’assistenza prestata al paziente che, invece, si potrebbero evitare adottando fin dall’inizio l’approccio corretto.
Ecco perchè è il personale infermieristico che deve porre costantemente in discussione il proprio operato, poiché solo ponendosi dei quesiti, si possono cercare e ottenere delle risposte. Ma allora, un infermiere dove può trovare le conoscenze e il sapere di cui necessita? E una volta che trova ciò che cerca, può considerare affidabili le conoscenze acquisite? E come si può garantire che i risultati delle ricerche piú fondate e validate siano tradotti concretamente nella pratica quotidiana?

Se l’infermiere affronta tali quesiti con serietà e onestà intellettuale, può finalmente avviarsi il ciclo virtuoso di un’assistenza infermieristica basata sulle prove d’efficacia.

Le peculiarità della ricerca infermieristica

La bibliografia sulla ricerca infermieristica riporta dati sia quantitativi, sia qualitativi. In effetti, la ricerca qualitativa si è già affermata da parecchi anni nell’assistenza infermieristica, soprattutto alla luce dell’importanza che rivestono alcuni quesiti sulle cause e le particolarità di molti fenomeni caratteristici della professione (sicuramente non legati alla mera efficacia di un intervento). Tale peculiarità dell’approccio infermieristico va tenuta presente quando si parla della cosiddetta “gerarchia” delle prove d’efficacia, poiché quella che attualmente prevale rispecchia un approccio puramente positivista, e quindi non si può applicare a studi che partono, invece, da un approccio qualitativo.

Il rilievo che queste problematiche hanno nel contesto dell’assistenza infermieristica ha fatto sì che, per alcune stagioni, abbia avuto luogo un animato dibattito riguardo il ruolo dei dati quantitativi (le risultanze delle sperimentazioni cliniche controllate, in primo luogo) e dei dati qualitativi (per esempio, i dati raccolti nei questionari somministrati ai malati riguardanti la qualità di vita percepita). Oggi esiste sufficiente accordo nel sostenere che la scienza infermieristica non può prescindere dalla integrazione di “storie e numeri”.

Nonostante la gran parte degli operatori del nursing abbia un atteggiamento favorevole nei confronti della EBN, permangono degli ostacoli alla definitiva e generalizzata adozione del metodo dell’assistenza infermieristica basata sulle prove. Si tratta di barriere attive a due differenti livelli.
Da una parte, è stato osservato come molti operatori non siano ancora abili nel valutare la qualità dei risultati della ricerca clinica, abbiano ridotte occasioni di confronto e di scambio con i colleghi e ripongano scarsa fiducia nelle possibilità che l’adozione di un nuovo, diverso approccio possa produrre risultati positivi nell’assistenza erogata ai cittadini.
Dall’altra, a livello di organizzazione dei servizi sanitari, diversi studi hanno sottolineato lo scarso tempo a disposizione degli operatori per garantire la frequentazione delle biblioteche specializzate, che troppe volte risultano essere poco fornite di materiali di specifico interesse infermieristico.
Una più intensa attività di ricerca infermieristica favorirebbe la diffusione dell’EBN nei servizi assistenziali.

Quest’ultima si gioverebbe anche di una serie di specifiche strategie:

  • promozione dell’utilizzo delle biblioteche specializzate;
  • realizzazione di specifici progetti didattici capaci di insegnare agli operatori del nursing ad effettuare ricerche bibliografiche online;
  • svolgimento di incontri di discussione della letteratura (journal’s club);
  • migliore collegamento tra operatori infermieristici ospedalieri o territoriali e infermieri impegnati nella didattica universitaria;
  • maggiore completezza delle collezioni di riviste infermieristiche (cartacee e online) da parte delle biblioteche mediche;
  • disponibilità delle più autorevoli banche dati (Cochrane Library, Clinical Evidence) per gli operatori di area infermieristica.

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