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Invito alla lettura
Invito alla lettura - 1 aprile 2014
L'articolo di David Urbach et al sul New England si è fatto talmente notare da meritare un titolo come questo: Perché la cattiva ricerca finisce nelle buone riviste di medicina. Il post di commento pubblicato sul blog Medi.io è una condanna senza appello dello studio canadese che, su uno dei periodici a più alto impact factor, mette in discussione l'utilità delle checklist per ridurre rischi e danni conseguenti a interventi operatori. Gli argomenti del post sono quasi tutti forniti da un articolo pubblicato da Atul Gawande sul sito The incidental economist. Gawande è il chirurgo (e scrittore) della Harvard Medical School che ha giocato un ruolo chiave nello sviluppo delle checklist chirurgiche e nella loro raccomandazione da parte dell'Organizzazione mondiale della sanità. La critica di Gawande alla ricerca pubblicata sul settimanale della Massachusetts Medical Society è una lezione di statistica, tanto sintetica quanto convincente. La lettura di questi tre interventi fa riflettere anche per ragioni diverse dal merito del problema dell'uso delle checklist:
1) riviste molto prestigiose non perdono occasione per cercare visibilità e allo scopo può far comodo anche uno studio con risultati negativi ma sorprendenti su un argomento popolare;
2) anche al di fuori dei canali tradizionali dell'aggiornamento (le riviste professionali) si trovano in rete contributi di grande livello, molto utili per la crescita professionale.

A questo riguardo, che dire dei risultati dello studio dell'Institute for Healthcare Informatics "Engaging patients through social media" che, oltre a confermare il primato dell'enciclopedia libera come fonte di informazione per il pubblico, ha evidenziato che il 50 per cento dei medici usa Wikipedia per chiarire i propri dubbi su specifiche patologie? Ne ha parlato The Atlantic in un articolo molto documentato che ha sottolineato l'impegno dei medici coinvolti nell'aggiornamento dell'enciclopedia collaborativa, attraverso il WikiProject Medicine: è uno sforzo che coinvolge migliaia di medici sparsi in ogni parte del mondo, che si sviluppa attraverso le intese con la Cochrane Collaboration e Translators Without Borders, così da garantire l'accesso gratuito all'enciclopedia da parte dei medici di molti paesi dell'Africa, del sud est asiatico e dell'Europa orientale. La rilevanza di Wikipedia anche per la medicina "accademica" è confermata da uno studio uscito sul BMJ il 6 marzo scorso: References that anyone can edit: review of Wikipedia citations in peer reviewed health science literature. A quali conclusioni è giunta la ricerca? Che voci di Wikipedia sono sempre più citate, anche su articoli pubblicati su riviste prestigiose. C'è da aspettarsi che questa tendenza continui, considerando che - per effetto della partnership tra Wikipedia e la rivista Open Medicine - molte voci dell'enciclopedia saranno presto indicizzate su Medline/Pubmed.

La garanzia della qualità dei contenuti è dovuta alla costante attività di revisione svolta dai motivatissimi editor di Wikipedia. Rigore che non sembra essere condiviso dai ricercatori che, una volta registrati sul repository ClinicalTrials.gov gli studi appena avviati, sembrano dimenticarne gli esiti programmati così che, al momento della pubblicazione, gli outcome misurati e discussi ricalcano in minima parte quelli definiti inizialmente. Lo studio pubblicato sul JAMA lo dobbiamo ad una studentessa di Yale, Jessica Becker, che ha avuto la fortuna di essere guidata da Joe Ross e Harlan Krumholz. Restando nell’ambito della ricerca, sono usciti sul Lancet i risultati dello studio della Global Burden of Metabolic Risk Factors for Chronic Disease Collaboration che ha coinvolto un milione e ottocentomila partecipanti da 97 coorti. Tra le evidenze emergenti da una ricerca particolarmente complessa anche a causa della molteplicità dei fattori di rischio implicati nella genesi delle patologie prese in esame è certamente la difficoltà di conservare come obiettivo prioritario il calo ponderale: nonostante i riconosciuti benefici, gli interventi che abbiano come target la riduzione del peso hanno scarso successo a lungo termine. Diversamente, è fondamentale controllare i livelli di pressione arteriosa e di colesterolemia soprattutto favorendo il cambiamento degli stili di vita (dalla riduzione del consumo di sale ad un’alimentazione più ricca di frutta e di verdura). Le conclusioni del gruppo di editor che ha curato la redazione del report incoraggiano la stesura di linee-guida capaci di parlare ai medici di cure primarie, perché sappiano trovare argomenti tali da motivare abitudini più salutari anche nei ceti economicamente e socialmente più svantaggiati.

Questo richiamo a linee-guida più efficaci suggerisce un’ultima segnalazione: il fascicolo del 4 marzo 2014 degli Annals of Internal Medicine offre un’interessante panoramica sul tema – sempre molto controverso – di forma e contenuto delle “clinical guidelines”. Nel leggere (e nell’utilizzare) questi documenti, il clinico dovrebbe prestare attenzione alle evidenze, non al rumore che la loro pubblicazione inevitabilmente provoca. L’editoriale di Eliseo Guallan e Christine Laine – editor della rivista – dice cose ampiamente note (come la necessità di un approccio multidisciplinare alla materia) e cose relativamente nuove (quando le linee-guida raccomandano delle novità nella pratica clinica dovrebbero essere prodotti degli strumenti formativi a supporto di questi cambiamenti”. Così concludono: “If the goal is high-value health care for all, we must quiet the noise that accompanies guidelines so that we can hear the evidence speak.”

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