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Fotografia, scienza medica e verità: relazioni pericolose

Pubblicato martedì 10 ottobre 2017

Un neurologo che è anche fotografo, Francesco Nonino, e un fotografo specializzato in opere d’arte, Zeno Colantoni, hanno condiviso le loro riflessioni su fotografia, medicina e verità. Relazioni pericolose, come avverte il titolo dell’undicesima conferenza della Biblioteca Alessandro Liberati.

“Cosa c’entra con l’attività di chi fa ricerca, l’analisi dei rapporti tra fotografia e la verità del soggetto ritratto?”, si chiede Luca De Fiore (Associazione Alessandro Liberati, Network Italiano Cochrane) introducendo l’incontro, e continua: “La fotografia è uno strumento essenziale per la narrazione. Ci sono molti esempi in cui le narrazioni sono efficaci grazie anche alle immagini. Molto spesso l’artista o il fotografo mette del suo, andando oltre l’interpretazione, e falsifica la realtà. Uno dei temi su cui riflettere è quanto il racconto del dato individuale possa essere preso come elemento di verità. Oppure, quanto si presti a una interpretazione che ne falsifica la portata di verità”.

Come fa osservare Francesco Nonino (AUSL di Modena, Direzione Generale Cura della persona, Salute e Welfare Regione Emilia Romagna), “la fotografia ha un potenziale certificatorio tale da essere identificata facilmente con la ‘verità’, una verità che tuttavia non sempre è riferibile a un significato. La fotografia è fortemente ‘assertiva’ anche al di fuori da un contesto (forse ancora di più)”. Siamo di fronte a un doppio pericolo, avverte: “Utilizzare il dato di superficie della fotografia per generare arbitrariamente un significato, oppure asservire questo dato per comprovare ipotesi a cui siamo affezionati”.

Il relatore, nel suo viaggio nella fotografia dalla nascita nel 1839 ai giorni nostri, ha sottolineato come da subito la nuova tecnica sia stata usata come strumento scientifico, a partire dal neurologo francese Guillaume Duchenne. Con la sua opera, Mécanisme de la physionomie humaine (1862), il primo testo di neurofisiologia sull’emozione, fu un pioniere nella fotografia in ambito medico. Sempre in Francia, all’ospedale psichiatrico Salpêtrière, un altro neurologo, Jean-Martin Charcot, capì immediatamente le potenzialità della fotografia e fece installare il primo laboratorio fotografico con sala di posa, dedicandogli uno grande spazio. Quell’ospedale si può ritenere “la culla della fotografia medica”. Nonino fa notare come grazie alla fotografia si fecero dei progressi enormi, ma si fecero anche degli errori, proprio a causa della fotografia stessa. A chi metteva in dubbio le teorie sviluppate sulla base delle foto, come quelle fatte a pazienti sotto ipnosi, Charcot rispondeva di non essere altro che un fotografo, e di registrare ciò che vedeva. “Rivendicava alla fotografia la certificazione di quello che è, la garanzia di verità. In realtà confondeva la verità del significato con una verità superficiale”. Come avverte Susan Sontag la fotografia porta in sé ciò che noi sappiamo del mondo accettandolo quale la macchina lo registra, e ci induce a una comprensione di esso che parte dalla accettazione di come le cose appaiono in superficie. La comprensione autentica deve invece partire da una non accettazione del dato di superficie”.

La fotografia può essere una pericolosa compagna di viaggio. E anche oggi siamo esposti a pericoli di interpretazioni errate, conclude Nonino: “L’utilizzo estensivo dell’imaging, che altro non è se non fotografia, soprattutto in senso semiotico, può portare a una deriva verso una medicina d’organo. La tecnologia di oggi ci consente di andare dentro il corpo, dentro l’organo, focalizzandosi sulla disfunzione, dimenticando il buon senso e la medicina della persona. Va messa in primo piano la sofferenza, e non l’organo: questa è la medicina di cui abbiamo bisogno”.

Il viaggio nella fotografia ha contemplato un’incursione nel dietro le quinte delle foto d’arte di Zeno Colantoni, con esiti sorprendenti: oltre ad aver illustrato come una semplice foto sia il frutto di un accurato studio delle luci e come per raggiungere un punto di vista giusto talvolta sia necessario costruire impalcature e trovare soluzioni molto creative, il fotografo si è soffermato su un dettaglio anatomico… Ingrandendo la foto della Dama col liocorno di Raffaello ha scoperto un nuovo dettaglio: la pupilla fuori centro della “dama”. Una “svista” del pittore? O un effetto voluto? Con la tecnologia che abbiamo ora a disposizione, per esempio con il neuroimaging, riusciamo a vedere sempre di più. Dove stabilire un limite? Forse, propone Nonino, il limite lo stabilisce il concreto vantaggio per il paziente, altrimenti “presi dall’entusiasmo del vedere, dalla passione del vedere, cerchiamo di spiegare quello che spesso al paziente non interessa”.

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