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Malattia di Crohn: a che punto siamo?

Pubblicato giovedì 14 luglio 2016

Su Recenti Progressi in Medicina Franco Pallone e Emma Calabrese (Gastroenterologia, Dipartimento di Medicina dei Sistemi, Università di Roma Tor Vergata) pubblicano una rassegna sulla malattia di Crohn. Dopo una breve introduzione, dove si sottilinea che l’approccio deve “prevedere un’accurata valutazione dello stato di malattia che esplori, con i mezzi più idonei, le variabili anatomiche e cliniche attuali contestualizzandone la valutazione nell’ambito della storia clinica precedente”, si passa alla descrizione degli obiettivi clinici della terapia nella malattia di Crohn:

  1. l’induzione della remissione;
  2. il suo mantenimento;
  3. il miglioramento della qualità di vita;
  4. la prevenzione/trattamento delle complicanze di malattia;
  5. la prevenzione degli effetti collaterali a breve e a lungo termine delle terapie.

La chiave di volta, al fine del raggiungimento di tali obiettivi, è la personalizzazione del trattamento, che può implicare una selezione individuale dei farmaci a disposizione, un differente timing per il follow-up del paziente e, più recentemente, adattare la terapia per ogni paziente in base al dosaggio del farmaco nel siero. “Questo significa che i farmaci disponibili potranno ottenere un effetto ottimale soprattutto se utilizzati con la più corretta indicazione e nella più appropriata sottopopolazione di pazienti”, sottolineano Pallone e Calabrese. Indispensabile, dunque, la mappatura completa della malattia prima di iniziare la terapia. Come? “L’ecografia intestinale e l’entero-risonanza magnetica (in aggiunta alla risonanza magnetica della pelvi per la malattia perianale) in associazione con la colonscopia e con ileoscopia sono le metodiche di scelta per la valutazione della malattia e delle sue complicanze”.

Quali i progressi nello sviluppo di nuovi farmaci? Dalla ricerca traslazionale finalizzata alla descrizione e alla comprensione dei meccanismi patogenetici della malattia si può arrivare all’identificazione dei possibili e più rilevanti target terapeutici, consentendo conseguentemente lo sviluppo di nuovi farmaci che siano caratterizzati da una migliore efficacia, da una maggiore selettività e da un migliore profilo di sicurezza. “Da tale tipo di ricerca clinica sono venuti negli ultimi due decenni significativi contributi all’ampliamento dell’armamentario terapeutico, alla diversificazione delle opzioni di cura e al miglioramento della prognosi”, scrivono Pallone e Calabrese. Nel breve excursus si passa dai nuovi farmaci anti-TNF, alle nuove citochine inibitrici o di inibizione del segnale che porta alla produzione di citochine o di molecole di adesione che hanno mostrato risultati potenzialmente utili. Fino al nuovo approccio terapeutico che consiste, anziché nell’antagonizzare cellule e mediatori a effetto proinfiammatorio, nel rendere più efficienti ed efficaci i meccanismi fisiologici di controregolazione della risposta infiammatoria immunomediata. Un approccio che ha portato allo sviluppo di Mongersen, oligonucleotide anti-SMAD, per il trattamento della malattia di Crohn.

“La comprensione, anche se parziale, dei meccanismi eziopatogenetici e le nuove opzioni terapeutiche hanno portato sostanziali modifiche nella gestione dei pazienti affetti da malattia di Crohn”, concludono gli autori che, per il prossimo futuro auspicano “lo sviluppo di nuovi farmaci sempre più specifici con un basso rischio di effetti collaterali”.

Fonti:
Pallone F, Calabrese E. IBD: malattia di Crohn. Recenti Prog Med 2016;107(6):292-6. DOI 10.1701/2296.24688
Koch M. La gastroenterologia verso il 2020. Recenti Prog Med 2016;107(6):255-6. DOI 10.1701/2296.24678
Vai all’indice del fascicolo di Recenti Progressi in Medicina dedicato alla gastroenterologia.

 

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