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Malattie infiammatorie intestinali: un’epidemiologia in rapido mutamento

Pubblicato venerdì 12 gennaio 2018

Nei paesi ad alto reddito le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI) colpiscono una persona ogni 200-300. In quelli a basso e medio reddito la prevalenza è ancora molto bassa, ma l’incidenza (cioè il numero di nuovi casi) sta aumentando rapidamente.

È quanto emerge da una revisione sistematica pubblicata sul Lancet (Ng et al.) che ha analizzato studi osservazionali di popolazione per valutare l’incidenza e la prevalenza delle malattie infiammatorie croniche intestinali a livello globale.

Lo studio
Nella revisione sistematica sono stati valutati 147 studi (119 sull’incidenza e 69 sulla prevalenza). I valori più elevati sono stati rilevati in Europa (colite ulcerosa:  505 per 100 000 in Norvegia; malattia di Crohn: 322 per 100 000 in Germania) e America del nord (colite ulcerosa: 286 per 100 000 negli USA; malattia di Crohn: 319 per 100 000 in Canada). La prevalenza delle MICI supera lo 0,3% nell’America del Nord, in Oceania e in molti paesi dell’Europa. Globalmente, 16 (72,7%) dei 22 studi sulla malattia di Crohn e 15 (83,3%) dei 18 studi sulla colite ulcerosa riportavano una incidenza stabile o in diminuzione delle MICI nell’America del Nord e in Europa. Dal 1990, l’incidenza è andata aumentando nei paesi di recente industrializzazione dell’Africa, dell’Asia e dell’America del sud. In Brasile, ad esempio, per la malattia di Crohn, il cambiamento percentuale annuo dell’incidenza è stato di +11,1% [95% CI 4,8–17,8] e per la colite ulcerosa di +14,9% [10,4–19,6]), nell’arco di tempo 1988 e il 2012. In Taiwan per la malattia di Crohn, il cambiamento percentuale annuo dell’incidenza è stato di +4,0% [1,0–7,1] e per la colite ulcerosa di +4,8% [1,8–8,0], tra il 1998 e il 2008.

Un cambiamento di paradigma
Nel complesso i risultati della revisione sistematica pubblicata sul Lancet evidenziano un cambiamento di paradigma: nella maggior parte dei paesi occidentali l’incidenza delle MICI ha iniziato a stabilizzarsi e in alcune regioni a diminuire. L’aumento dell’incidenza degli anni precedenti, però, ha fatto sì che la prevalenza, in tali paesi, sia ancora alta. Il risultato più interessante di questo lavoro è l’aver evidenziato in che misura nei paesi di recente industrializzazione, con l’adozione di stili di vita più simili a quelli occidentali, l’incidenza delle MICI aumenti rapidamente.

Prima infanzia: i giochi sono già fatti?
Anche se il picco dell’incidenza dell’esordio della malattia avviene nel corso dei primi tre decenni di vita, sembra che già nella prima infanzia i giochi siano fatti: l’esposizione a determinati fattori ambientali nell’infanzia sarebbe fondamentale per il successivo sviluppo delle MICI. Lo fa notare Michael Kamm (University of Melbourne) nell’editoriale che commenta l’articolo, riferendosi a  uno studio canadese (Benchimol et al.) che ha rilevato come i figli immigrati nati in Ontario avessero lo stesso rischio di MICI dei figli dei non immigrati. Ci sono inoltre paesi come la Danimarca in cui tutte le diagnosi e le prescrizioni dei farmaci sono state registrate per lunghi periodi: tali dati hanno consentito non solo di monitorare l’incidenza delle MICI, ma anche di individuare possibili fattori di rischio per lo sviluppo della patologia. E sembrerebbe che l’esposizione agli antibiotici per problemi diversi da quelli gastrointestinali sia associata a un aumento del rischio di sette volte dello sviluppo della malattia di Crohn rispetto ai bambini non esposti (Hviid et al., Kronman et al.).

Un viaggio nel tempo
“La ricerca sulle malattie, laddove stanno emergendo rapidamente, fornisce una delle migliori opportunità di identificarne i fattori causali”, fa notare Kamm, commentando l’articolo. E aggiunge: “Le MICI sono la conseguenza di una risposta immunitaria al microbiota intestinale. In Asia i fattori ambientali che sono cambiati nel corso dell’ultima generazione e che hanno con maggiore probabilità influito sul microbiota sono i cambiamenti dietetici, in particolare la composizione del cibo e la transizione dal consumo di cibo fatto in casa a quello di alimenti trasformati, che contengono additivi chimici, l’esposizione ad antibiotici e i viaggi, con il relativo contatto con popolazioni microbiche diverse”. Pertanto “è più che mai necessario che la ricerca futura si concentri sui fattori di rischio ambientali osservabili nelle prime fasi del processo di industrializzazione di una società”, concludono gli autori della ricerca, “per mettere in luce percorsi per prevenire lo sviluppo delle malattie infiammatorie intestinali”.

Fonti
Kamm MA. Rapid changes in epidemiology of inflammatory bowel disease. Lancet 2017; 390(10114): 2769-78. 2741-2.
Ng SC et al. Worldwide incidence and prevalence of inflammatory bowel disease in the 21st century: a systematic review of population-based studies. Lancet 2017; 390(10114): 2769-78.
Benchimol EI et al. Inflammatory bowel disease in immigrants to Canada and their children: a population-based cohort study Am J Gastroenterol 2015; 11 : 553-63.
Hviid A, Svanström H, Frisch M. Antibiotic use and inflammatory bowel diseases in childhood. Gut 2011; 60: 49-54. Kronman MP et al. Antibiotic exposure and IBD development among children: a population-based cohort study. Pediatrics 2012; 130: 794-80.

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