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Non solo medici per le malattie croniche

Pubblicato venerdì 23 Novembre 2018

Secondo uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine i pazienti diabetici che ricevono le cure primarie da infermieri e “physician assistants” (una figura professionale intermedia che può fare le veci del medico) hanno risultati simili a quelli che ricevono le cure dei medici.

Lo studio
I ricercatori hanno condotto uno studio di coorte analizzando i dati amministrativi nazionali statunitensi tratti dalle cartelle cliniche elettroniche di 368.481 adulti con diagnosi di diabete, almeno un ricovero e una prescrizione di insulina o altro farmaco antidiabetico nell’anno 2012. I pazienti sono stati trattati da 3487 medici, 1445 infermieri e 443 “physician assistants” in 568 centri di assistenza primaria.

Gli esiti includevano i valori medi di emoglobina A1c, pressione sistolica e colesterolo lipoproteico a bassa densità (LDL-C). Oltre a queste misure continue, i ricercatori hanno preso in considerazione i controlli “dicotomici”, così come raccomandato dalle linee guida del 2013, compresa la concentrazione media di HbA1c inferiore al 7%, la pressione sistolica media inferiore a 130 mmHg e il livello medio di LDL-C inferiore a 2,59 mmol /l (100 mg/dl).

Al follow-up, circa il 45% dei pazienti ha raggiunto i livelli stabiliti all’inizio e, sebbene ci fossero alcune differenze statisticamente significative nei valori medi di HbA1c, SBP e LDL-C e nel grado in cui i pazienti hanno raggiunto gli obiettivi di controllo in base al tipo di figura coinvolta nell’assistenza, non ci sono state differenze clinicamente significative nei tre esiti intermedi dicotomici e in quelli con misure continue. Confrontati con i valori ottenuti nel gruppo assegnato ai medici, per l’emoglobina, le differenze stimate dal modello statistico per l’HbA1c sono state -0, 05% (IC 95% da -0,07% a -0,02%) e 0,01% (IC da -0,02% a 0,04%) per i “physician assistants”. Per la pressione sistolica, le differenze stimate sono state pari a 0,08 mmHg (IC da -0,34 a 0,18 mmHg) per gli infermieri e  0,02 mmHg (IC da -0,42 a 0,38 mmHg) per i physician assistants”.

Lo studio è in sostanza una risposta alle preoccupazioni che serpeggiavano nei confronti del ruolo sempre più ampio che oggi viene affidato ai fornitori di assistenza primaria non medici. Dai risultati emerge che l’aumento della responsabilità da parte di infermieri e physician assistants per la gestione delle malattie croniche può allargare l’accesso ai servizi di assistenza primaria mantenendo gli standard di qualità.

Il commento
In un editoriale, Anne L. Peters, professore di medicina alla Keck School of Medicine della University of Southern California, ha scritto che i risultati di Jackson e colleghi non sono poi così sorprendenti.

“È giunto il momento di abbracciare molti approcci diversi per fornire assistenza primaria, in particolare per le persone con una malattia cronica, come il diabete”, ha commentato Peters. “Con il sistema giusto – risorse per fornire istruzione e supporto, un endocrinologo o un team per il diabete se necessario e programmi più innovativi, come la telemedicina, i programmi online, il trasferimento dati e il supporto basati sui device – le persone con il diabete possono raggiungere i loro obiettivi”.

“Inoltre, è giunto il momento di smettere di chiamare infermieri e “fornitori di livello intermedio” come accade in alcuni sistemi”, ha aggiunto. “Gli infermieri e i physicians assistants sono fornitori competenti a pieno titolo e dovrebbero essere accettati senza riserve come tali”.

Fonte
Jackson GL, Smith VA, Edelman D, Woolson SL, Hendrix CC, Everett CM, et al. Intermediate diabetes outcomes in patients managed by physicians, nurse practitioners, or physician assistants: a cohort study. Ann Intern Med [Epub ahead of print ] doi: 10.7326/M17-1987

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