BAL Lazio

Emergenza Covid-19 – Informazioni per i cittadini

In collaborazione con la Direzione Salute e Integrazione sociosanitaria



Malati cronici e di patologie non Covid-19: cosa è stato fatto

Le persone che soffrono di patologie diverse dalla Covid-19 e hanno necessità di assistenza sanitaria costante è importante che proseguano le cure nonostante la grave situazione di emergenza nella quale si è improvvisamente venuto a trovare il sistema sanitario possa aver causato difficoltà o timori. È una raccomandazione che giunge anche da diverse associazioni di pazienti, preoccupate dell’impatto della pandemia sulla salute dei cittadini da esse rappresentate. La preoccupazione è maggiore per i malati più fragili, affetti da patologie oncologiche o croniche (diabete, ipertensione, broncopneumopatia [BPCO], ecc.) o da malattie rare.

La Regione Lazio ha prorogato al 30 giugno 2020 la scadenza per il rinnovo dei certificati annuali di esenzione ticket per reddito e patologia. Inoltre, nella nostra Regione il medico può effettuare la prescrizione ed inviare il numero di ricetta elettronica NRE al richiedente tramite posta elettronica come file allegato, oppure con un SMS o tramite Whatsapp, Telegram o altra applicazione per smartphone mobile che consenta lo scambio di messaggi e immagini, o – infine – attraverso una comunicazione telefonica. Il medico invia un Numero di ricetta elettronica (NRE) per ogni prescrizione. La persona assistita quindi, con il codice NRE e la tessera sanitaria valida, può recarsi direttamente in farmacia. La tessera sanitaria è quella corrispondente alla persona che ha richiesto ed ottenuto la prescrizione.

Questi provvedimenti assecondano il processo di digitalizzazione della sanità (strettamente legato agli sforzi per “dematerializzare” la documentazione sanitaria) che ha avuto un forte impulso nelle ultime settimane grazie alle disposizioni della Protezione civile per facilitare il ricorso alla ricetta elettronica per le prescrizioni per i pazienti in trattamento con farmaci per le malattie croniche (1). All’impegno Regionale si è aggiunto quello del Parlamento che, per facilitare la teleassistenza dei malati cronici (oltre che per le persone con Covid-19 curate a domicilio), ha approvato degli emendamenti al decreto Cura Italia che prevedono che siano anticipati gli aumenti contrattuali (oltre 400 milioni di euro) per dotare i medici di medicina generale di strumenti per combattere il virus (2).

La regione Lazio ha garantito, nelle passate settimane, le visite e prestazioni prenotate con codice di priorità Urgente (U) e Breve (B); le visite e prestazioni di oncologia (incluse le prestazioni di radioterapia e chemioterapia); le visite di controllo chirurgiche ed ortopediche post operatorie; l’assistenza ostetrica non differibile; i programmi di screening per quanto riguarda gli approfondimenti diagnostici di II livello, i trattamenti chirurgici, l’accesso, per i soggetti sintomatici, ai centri di riferimento delle reti oncologiche regionali tramite il medico di medicina generale o il medico specialista. Anche le prestazioni di dialisi sono state garantite, in linea con la comunicazione inviata dal Ministero della salute in data 22 aprile a tutti gli Assessorati alla Sanità Regionali ed alle Province Autonome sulla Prevenzione COVID-19: implementazione dialisi domiciliare e peritoneale per i pazienti attualmente in emodialisi extracorporea. Nel documento si richiama da un lato la necessità per i pazienti in emodialisi di effettuare periodici spostamenti per ricevere le terapie necessarie e, dall’altro, “l’importanza, ai fini del benessere del paziente, della emodialisi domiciliare e peritoneale e della necessaria educazione terapeutica per la sua diffusione”. Ad oggi la Regione Lazio sta programmando la ripresa delle attività specialistiche ambulatoriali, il riavvio delle attività di screening oncologici di primo livello e il recupero delle prestazioni sospese, nel rispetto delle procedure finalizzate al contenimento del contagio dell’infezione da SARS-CoV-2.

L’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) ha pensato di prendere immediati provvedimenti per limitare l’affluenza negli ambulatori specialistici evitando le probabilità di contagio, così da ridurre il rischio di infezione da SARS-CoV-2 nei pazienti anziani e/o con malattie croniche. Infatti, AIFA ha comunicato che la validità dei piani terapeutici (PT) già sottoscritti dai medici specialisti e in scadenza nei mesi di marzo e aprile sarebbe stata estesa di 90 giorni a partire dal momento della scadenza (3. Questo periodo di proroga è stato esteso ai piani in scadenza nel mese di maggio 2020 (4).

Numerose associazioni di pazienti offrono “sportelli informativi” sui propri siti e di seguito ne indichiamo alcuni, invitando le associazioni non citate a far pervenire alla redazione della Biblioteca Alessandro Liberati segnalazioni e integrazioni [a.malta@pensiero.it].

[TABELLA: Associazioni di pazienti e informazioni sulla Covid-19]

Informazioni delle associazioni di pazienti sulla Covid-19
Alzheimer Italia
AMICI Associazione Malattie Croniche Intestinali
ANED Associazione Nazionale Emodializzati Dialisi e Trapianto
Associazione Italiana Pazienti BPCO
Associazione Italiana Scompensati Cardiaci
Associazione Italiana Sindrome X Fragile
Angsa Lazio Onlus – Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici
APIAFCO – Associazione Psoriasici Italiani Amici della Fondazione Corazza
APMARR APS – Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare
Comitato Italiano Associazioni Parkinson
Ente Nazionale Sordi
Famiglie SMA – Atrofia Muscolare Spinale
Federdiabete LAZIO
FAND – Associazione Italiana Diabetici
FEDEMO Federazione delle Associazioni Emofilici
IncontraDonna Onlus
LILA – Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids
Uniamo FIMR Onlus – Federazione Italiana Malattie Rare
Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ONLUS-APS

Vediamo inoltre cosa stanno producendo alcune società scientifiche e istituzioni riguardo specifiche attività di informazione rivolte ai pazienti e a loro familiari.

Diabete. Alle persone con diabete sono indirizzati i consigli della Associazione medici diabetologi e della Società italiana di diabetologia: “mantenersi idratati, monitorare ancora più scrupolosamente il glucosio nel sangue, misurare regolarmente la febbre, tenere sotto controllo anche i chetoni – in caso di terapia a base di insulina – e seguire in modo puntuale le indicazioni che si ricevono dal proprio team di cura.” (5)

Sclerosi multipla. La Società italiana di neurologia ha prodotto un documento di indirizzo per le persone colpite da sclerosi multipla (6).

Malattie del fegato. L’Associazione italiana per lo studio delle malattie del fegato ha preparato delle raccomandazioni per i pazienti in cura per epatopatie (7).

Le patologie oncologiche rappresentano un ambito particolarmente delicato, al punto di meritare uno spazio dedicato sul sito del Ministero della Salute. Queste pagine sono costantemente aggiornate e si raccomanda in primo luogo che i pazienti seguano con la massima attenzione e rigore le regole di sicurezza sanitaria, dal distanziamento sociale all’igiene, “non solo per la propria sicurezza, ma anche per preservare i sistemi sanitari e offrire a tutti le migliori possibilità per superare le sfide imposte da questa pandemia” (8).

Dal Ministero della Salute giungono anche raccomandazioni specifiche anche per i pazienti immunodepressi (9) e per le persone con infezione da HIV (10).

Nel complesso, il servizio sanitario è impegnato al massimo per garantire la continuità assistenziale alle persone sofferenti di patologie diverse dalla Covid-19, con il supporto delle associazioni medico-scientifiche specialistiche e delle cure primarie (11), oltre a quello delle associazioni di pazienti, con il coordinamento delle istituzioni sanitarie Regionali.

Bibliografia

  1. https://bit.ly/2WbEDyL
  2. http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato4759439.pdf
  3. AIFA https://www.aifa.gov.it/documents/20142/1124329/comunicato_proroga_PT_AIFA_11-03-2020.pdf/4362b271-212c-7c9f-657f-979f6c34ad9a
  4. https://www.aifa.gov.it/web/guest/-/estensione-della-proroga-dei-piani-terapeutici-aifa-in-teme-di-contenimento-e-gestione-dell-emergenza-epidemiologica-da-covid-19
  5. http://www.siditalia.it/pdf/coronavirus/CS_AMD_SID7marzo20.pdf
  6. https://bit.ly/3bTUzfY
  7. https://www.epac.it/cm-files/2020/03/19/prevenzione-in-epatopatici.pdf
  8. https://bit.ly/2zBwWKD
  9. https://bit.ly/3bTTJjk
  10. https://bit.ly/3d2jON0
  11. https://www.simg.it/coronavirus-indicazioni-per-assistenza-domiciliare-ai-pazienti-affetti-da-sars-cov-2/

Aspetto un figlio: la Covid-19 può essere particolarmente pericolosa?

La letteratura scientifica ad oggi disponibile sulle donne in gravidanza contagiate da Covid-19, seppur limitata, suggerisce che non vi sia un rischio maggiore di una evoluzione clinica grave rispetto alle persone non in gravidanza di età simile. Inoltre, emerge che la maggior parte delle pazienti in gravidanza guarisce prima di partorire ed è stato descritto solo un caso di decesso [1, 2]. L’ultimo studio sull’argomento è stato condotto negli Stati Uniti e ha confermato questa tendenza: una coorte di 43 donne in gravidanza ricoverate in 2 ospedali di New York con la conferma di infezione COVID-19 presentava quadri clinici simili a quelli riscontrati nella popolazione generale, con 83% di forme lievi, 9,3% gravi e solo meno del 5% critiche [3].

Generalmente, però, la gravidanza comporta cambiamenti del sistema immunitario che possono aumentare il rischio di contrarre infezioni respiratorie virali, tra cui quella da SARS-CoV-2 [4, 5]. Pertanto, in questa fase delicata della vita, è fondamentale adottare tutte le misure preventive per ridurre il rischio di infezione [4]. L’Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI) suggerisce alle donne in gravidanza quattro semplici precauzioni per proteggersi dal coronavirus [6].

  1. Lavarsi spesso le mani.
  2. Mantenere la distanza con gli altri di almeno un metro.
  3. Evitare di toccarsi occhi, naso e bocca.
  4. Mantenere norme igieniche adeguate.

È importante effettuare visite ed esami di controllo secondo il calendario programmato con il ginecologo di fiducia, in ogni caso i tempi e modalità per l’esecuzione delle visite e gli esami previsti vengono stabiliti sulla base delle condizioni cliniche e dell’epoca di gravidanza in cui gli accertamenti sono raccomandati [6].

In caso di positività alla Covid-19 in gravidanza, sul sito del Ministero della Salute si trovano una serie di informazioni sul rischio di contagio al feto, sul parto e sull’allattamento che potrebbero aiutarvi a fare chiarezza su quali comportamenti adottare. Ad esempio, si legge che “dai dati presenti in letteratura, limitati, non sono stati riportati casi di trasmissione dell’infezione da altri coronavirus (MERS-CoV e SARS-CoV) da madre a figlio. I dati recenti riguardo bambini nati da madri con Covid-19 indicano che nessuno di essi è risultato positivo. Inoltre, il SARS- CoV- 2 non è stato rilevato nel liquido amniotico”. Anche dopo il parto, laddove è possibile, si cerca di privilegiare una gestione congiunta di madre e neonato, per facilitare l’interazione e l’avvio dell’allattamento materno, che è consigliato anche se la mamma è positiva alla Covid-19 e non presenta sintomi respiratori gravi [4].

Il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists britannico pubblica periodicamente un aggiornamento sull’infezione da coronavirus in gravidanza e sta dedicando particolare attenzione alla necessità di supporto psicologico per le donne in gravidanza dopo un periodo di isolamento a causa di sintomatologia sospetta o a seguito della guarigione da una infezione confermata da SARS-CoV-2 [7]. A questo proposito la Regione Lazio e alcune strutture del Servizio Sanitario regionale hanno attivato uno sportello di ascolto psicologico per i disagi che questa epidemia può avere generato. La ASL di Rieti, nello specifico, svolge consulenze telefoniche in favore di famiglie con bambini o adolescenti, coppie e donne in gravidanza. Per maggiori informazioni vedi qui.

Bibliografia

  1. UpToDate. Coronavirus disease 2019 (COVID-19) and pregnancy: Questions and answers.
  2. Farid H, Memon B. Pregnant and worried about the new coronavirus? Harvard Medical School. April 2, 2020.
  3. Breslin N, Baptiste C, Gyamfi-Bannerman C et al. COVID-19 infection among asymptomatic and symptomatic pregnant women: Two weeks of confirmed presentations to an affiliated pair of New York City hospitals. Am J Obstet Gynecol MFM. 2020 Apr 9:100118.
  4. Ministero della Salute. FAQ – Covid-19, domande e risposte: Gravidanza.
  5. Centers for Disease Control and Prevention. Pregnancy and Breastfeeding.
  6. Aogoi. La gravidanza al tempo del coronavirus.
  7. Royal College of Obstetricians and Gynaecologists, Royal College of Midwives, Royal College of Paediatrics and Child Health, Public Health England and Health Protection Scotland. Coronavirus (COVID-19) Infection in Pregnancy. Information for healthcare professionals. March 28, 2020.

Gli animali domestici possono trasmettere la Covid-19?

Si stima che gli animali da compagnia siano presenti nel 52% delle case degli italiani [1]. Per questo è legittimo che molte persone si stiano domandando: posso prendermi la Covid-19 dal mio animale da compagnia? O posso trasmettergliela se dovessi ammalarmi?

Attualmente non ci sono prove che gli animali domestici possano trasmettere la malattia all’uomo e svolgere un ruolo nella diffusione di Covid-19, che si diffonde principalmente attraverso le goccioline prodotte quando una persona infetta tossisce, starnutisce o parla [2].  Non vi è pertanto alcuna giustificazione nell’adottare misure contro gli animali da compagnia che possano comprometterne il benessere. È doveroso ricordare che abbandonare un animale non è solo un gesto ignobile e deprecabile, ma è anche un reato sanzionato dal codice penale (art. 727 c.p.). Gli animali da compagnia, possono essere potenzialmente esposti al virus SARS-CoV-2 in ambito domestico e contrarre l’infezione attraverso il contatto con persone infette, analogamente a quanto si verifica per le persone conviventi. Per ora i contagi sono molto pochi: in data 19 aprile, a fronte di oltre 2,3 milioni di casi di Covid-19 riportati nell’uomo in tutto il mondo sono stati segnalati solo quattro animali con diagnosi certa per SARS-CoV-2 avvenuta naturalmente. Si tratta di due cani e un gatto ad Hong Kong, in forma asintomatica, e di un gatto in Belgio, che ha sviluppato una sintomatologia respiratoria e gastroenterica. In tutti i casi, all’origine dell’infezione negli animali vi sarebbe la malattia dei loro proprietari, tutti affetti da Covid-19.

Da studi sperimentali effettuati in laboratorio su alcune specie domestiche risulterebbe confermata la suscettibilità del gatto, del furetto e, in misura minore, del cane all’infezione da SARS-CoV-2. Per gli altri animali da compagnia, invece, non sono ancora disponibili evidenze [4].

Pertanto per garantire il benessere e la salute degli animali, nei nuclei con persone con sospetta o confermata positività alla malattia, occorre adottare una serie di misure igieniche di base come indicato dal Ministero della Salute [3]:

  • Lavarsi le mani prima e dopo essere stato in giro o aver accarezzato gli animali.
  • Lavarsi le mani dopo aver maneggiato il loro cibo o le loro provviste.
  • Evitare di baciare, di essere leccato dagli animali o di condividere il cibo.
  • Al ritorno dalla passeggiata, pulirgli sempre le zampe evitando prodotti aggressivi e a base alcolica poiché possono indurre fenomeni irritativi.

Le persone infette da SARS-CoV-2 dovrebbero preferibilmente evitare il contatto ravvicinato con i loro animali domestici, in primo luogo indossando una mascherina e, ove possibile, delegandone la cura ad altra persona. [5]. In caso di sospetto o conferma diagnostica di Covid-19, se nel nucleo abitativo sono presenti animali domestici è necessario segnalarlo ai servizi veterinari della ASL. In questo modo, al momento del primo tampone effettuato sul paziente, nella scheda epidemiologica sarà compreso anche il censimento degli animali da compagnia e da remoto sarà monitorato anche il loro stato di salute [6].

Non dimentichiamo che adulti e bambini possono trarre benefici dalla presenza in casa di un animale domestico, soprattutto in questo momento di disagio e difficoltà. Il contatto con un animale, infatti, accresce la disponibilità relazionale e comunicativa, contribuendo, attraverso la cura e le attenzioni verso l’animale, a sviluppare un impatto positivo sull’umore, riducendo la solitudine, gli stati d’ansia e la depressione [3].

Bibliografia

  1. CENSIS. Il valore sociale del medico veterinario. Rapporto 2019.
  2. World Health Organization, Q&A on coronaviruses (COVID-19).
  3. Ministero della Salute, Animali d’affezione e coronavirus.
  4. Gruppo di lavoro ISS Sanità Pubblica Veterinaria e Sicurezza Alimentare COVID-19. Animali da compagnia e SARSCoV-2: cosa occorre sapere, come occorre comportarsi. Versione del 19 aprile 2020. Roma: Istituto Superiore di Sanità; 2020. (Rapporto ISS COVID-19, n. 16/2020).
  5. World Organization for Animal Health, Questions and Answers on the 2019 Coronavirus Disease (COVID-19).
  6. Epicentro, Infezione da SARS-CoV-2 tra gli animali domestici.

Come distinguere i sintomi della Covid-19 da quelli di un’allergia stagionale o di un raffreddore?

Tanti di noi sono alle prese con paure e incognite che circondano la Covid-19: ogni solletico alla gola, gocciolamento del naso o tosse è sospetto: ho il coronavirus? Ma non dimentichiamoci che è primavera e che, quindi, molte persone potrebbero soffrire di allergie stagionali al polline delle piante o degli alberi primaverili. Anche i raffreddori restano frequenti, proprio come prima dello scoppio della pandemia. Per questo, è utile fare un po’ di chiarezza su come distinguere i sintomi [1, 2].

In generale, i sintomi più comuni della Covid-19 sono febbre, tosse e respiro corto. La febbre, proprio perché è molto difficile che si accompagni ad un’allergia o ad un raffreddore, è il sintomo principale per aiutare a determinare quale tra le diverse malattie potresti avere. Un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), infatti, che ha esaminato diversi casi di Covid-19 in Cina nel febbraio 2020, ha rilevato che circa l’88% dei pazienti con COVID-19 aveva la febbre e il 68% presentava una tosse secca [1]. Ulteriori sintomi del coronavirus possono essere mancanza di respiro o difficoltà respiratoria, dolori muscolari e affaticamento. Sintomi meno frequenti possono essere anche diarrea, congiuntivite, una riduzione del senso del gusto o dell’olfatto, mal di gola e congestione nasale.

Secondo il Ministero della Salute, un’ampia percentuale della popolazione (fino al 15-20%) riferisce solitamente sintomi legati ad allergie stagionali da pollini. I sintomi più comuni comprendono: congiuntivite, congestione nasale, naso che cola e talvolta prurito agli occhi, starnuti ed eruzioni cutanee. Il disturbo che potrebbe insospettire di più è la tosse secca, che però in caso di allergia è probabile sia accompagnata da prurito alla gola e non da difficoltà respiratorie, a meno che non si tratti di un’asma allergica. I sintomi inoltre tendono a migliorare con gli antistaminici e non si accompagnano a dolori muscolari o a profonda stanchezza, sintomi frequenti della Covid-19.

I sintomi del raffreddore comune sono, di solito, naso che cola o congestionato, mal di gola, mal di testa e generalmente una sensazione di malessere. I sintomi del raffreddore comune spesso migliorano con l’utilizzo di farmaci acquistabili in farmacia senza obbligo di prescrizione e generalmente si risolvono entro circa una settimana dall’esordio.

Importante: se sviluppi sintomi compatibili con Covid-19 o temi di essere stato contagiato, non andare al Pronto soccorso, ma chiama il medico di medicina generale o il numero verde regionale. Inoltre, per consultare il tuo medico, la Regione Lazio – in collaborazione con i Medici di Medicina Generale – ha messo a punto una nuova APP, chiamata Lazio Doctor per COVID che permette un’autovalutazione dei sintomi, delle esposizioni recenti ed un controllo da parte del medico di fiducia in caso di sospetto Covid-19.

Bibliografia

  1.  Cleveland Clinic. Is It COVID-19, a Cold or Seasonal Allergies? April 3, 2020.
  2. Wolfson AR. Allergies? Common cold? Flu? Or COVID-19? Harvard Health Publishing. April 9, 2020.
  3. Ministero della Salute. Covid-19, i rischi per chi soffre di allergie ai pollini e asma

È necessario indossare una mascherina per prevenire il contagio da nuovo coronavirus?

In seguito al diffondersi della pandemia di Covid-19 si è acceso un vivace dibattito sull’utilizzo della mascherina. Ascoltando tante voci diverse, molte delle quali assai autorevoli, è normale essere confusi. In generale, quando si sta con altre persone, per cautela e rispetto, è consigliabile indossare una mascherina anche se non si hanno sintomi respiratori.

Ricordiamo sempre, però, che l’utilizzo della mascherina non associato alle altre norme di prevenzione perde di efficacia. Per questo, la cosa sicuramente più importante è porre grande attenzione nel rispettare le distanze di sicurezza e nel lavare correttamente le mani e molto frequentemente. Ad ogni modo, le mascherine devono essere sempre utilizzate da chi presenta sintomi di infezione respiratoria quali tosse, raffreddore o febbre per evitare di contagiare le persone che si hanno intorno. Ancora più importante, però, in presenza di sintomi, è non uscire assolutamente di casa ed evitare di stare vicini ad altre persone.

È importante ricordare che – se le discussioni sull’efficacia delle mascherine presuppongono spesso che lo scopo di indossarle sia proteggere chi le porta – in realtà le cosiddette “mascherine chirurgiche” non sono abbastanza efficaci da riuscire a bloccare il virus in entrata.

Non tutte le mascherine , infatti, proteggono allo stesso modo. Vediamo le differenze.

  • Le mascherine di tipo chirurgico proteggono gli altri dalle secrezioni di chi le indossa e non viceversa. Si tratta di quelle mascherine rettangolari fatte di tre strati di tessuto-non-tessuto plissettato che si indossano sul volto grazie a un elastico. Devono soddisfare alcuni requisiti tecnici stabiliti per legge e passare alcuni test specifici che verificano se la mascherina blocca le goccioline contaminate. Le mascherine chirurgiche indossate da una persona infetta sembrerebbero avere una efficacia nel proteggere le persone che la circondano. Se una persona è contagiata e tossisce in direzione di qualcuno a circa 40 cm di distanza, indossare una mascherina ridurrebbe di 36 volte la quantità di virus trasmessa. Certo, non è sufficiente per evitare il contagio, ma riducendo la carica virale il rischio di rimanerne colpiti si riduce [1]. Lo conferma anche uno studio uscito sul New Scientist, che precisa comunque che “indossare una mascherina può aiutare, ma non garantisce una protezione totale” [2]. Anche se può sembrare una precisazione superflua, non è utile indossare più mascherine sovrapposte.
  • Le maschere filtranti (FFP), invece, sono realizzate in modo da bloccare il passaggio di particelle di dimensioni estremamente piccole, impedendo a chi le porta di inalarle. Al contrario delle mascherine chirurgiche, infatti, proteggono chi le indossa da agenti esterni pericolosi, virus e non solo. L’efficacia filtrante viene indicata con sigle FF da P1 a P3 a seconda della capacità crescente di protezione. Medici e operatori sanitari che ogni giorno vengono in contatto con persone positive al virus SARS-CoV-2 hanno bisogno dei Dispositivi di Protezione Individuale (DPI), che comprendono le mascherine dotate di filtri (FFP) e, nel corso di procedure che li espongono ad un rischio maggiore di contagio, occhiali protettivi o altri schermi di protezione per il volto. In ambito sanitario vengono usate le FFP2 e 3, che hanno un’efficacia filtrante rispettivamente del 94% e del 99% e sono le più indicate per bloccare i virus. La capacità filtrante della mascherina non è però infinita: dopo qualche ora di utilizzo il tessuto perde di efficacia, anche se la capacità filtrante non si annulla del tutto.

Per far sì che la mascherina funzioni, inoltre, è importante sapere come indossarla nel modo corretto, come comportarsi quando la si ha indosso e come smaltirla, per evitare che sia inefficace o che possa essere addirittura dannosa. A questo proposito, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stilato una lista indicando i giusti comportamenti da seguire [3].

  1. Prima di indossare una mascherina, lavati le mani con un disinfettante, un detergente a base di alcool o con acqua e sapone.
  2. Copri la bocca e il naso con la mascherina e assicurati che non vi siano spazi tra il viso e la mascherina. È importante che aderisca su tutta la superficie.
  3. Evita di toccare la mascherina mentre la utilizzi. Se lo fai, lavati nuovamente le mani.
  4. Sostituisci la mascherina con una nuova non appena è umida – per uno starnuto o per essere entrata in contatto con la saliva – e non riutilizzare le mascherine monouso.
  5. Quando vuoi rimuovere la mascherina fallo da dietro, senza toccare la parte anteriore della mascherina. Poi gettala immediatamente in un contenitore chiuso.
  6. Lavati di nuovo le mani dopo aver gettato la mascherina.

Bibliografia

  1. Greenhalgh T, Schmid MB et al. Face masks for the public during the covid-19 crisis. BMJ, 9 aprile 2020. BMJ 2020;369:m1435
  2. Hamzelou J. Can an N95 face mask protect you from catching the new coronavirus? New Scientist, 27 gennaio 2020
  3. Organizzazione Mondiale della Sanità. Coronavirus disease (COVID-19) advice for the public: When and how to use masks. Consultato il 16 aprile 2020

Ho dei bambini: devo preoccuparmi per la Covid-19?

La Covid-19 colpisce i bambini meno frequentemente e in forma più lieve rispetto agli anziani e agli adulti. Il numero dei contagi, delle forme gravi, dei ricoveri, degli accessi alle terapie intensive e dei decessi, infatti, tende a crescere con l’età. Al 6 aprile, data a cui si riferisce l’ultimo rapporto bisettimanale dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia i bambini sotto i dieci anni risultati positivi al test erano poco più di ottocento, di cui 450 maschi e 357 femmine. Anche il tasso di mortalità è molto basso, con un solo caso registrato [1].

Sono numeri molto piccoli, simili a quelli osservati in Cina e negli Stati Uniti. Uno studio pubblicato a febbraio calcolava che in Cina, su un campione di 72.314 casi, i bambini sotto i dieci anni erano meno dell’1%, e non era stato registrato nessun decesso [2]. Negli Stati Uniti è stato recentemente pubblicato il più ampio studio condotto finora sui bambini e il nuovo coronavirus: su circa 149.000 persone risultate positive alla Covid-19 i casi tra i bambini e adolescenti di meno di 18 anni sono inferiori al 2%. Nel complesso tutti presentano sintomi lievi o assenza di sintomi. Un dato particolare è che questi primi risultati evidenziano che i neonati e i bambini di genere maschile possono avere un maggior rischio di infezioni e di sviluppare una malattia grave [3].

I bambini positivi al nuovo coronavirus, dunque, sembrerebbero avere sintomi più lievi rispetto agli adulti e agli anziani. Lo dimostrano due ricerche di nuovo condotte in Cina, che si sono focalizzate sulla tipologia di sintomi presenti nei bambini con Covid-19. Uno studio ha dimostrato che su 171 bambini ricoverati con Covid-19, solo il 41,5% presentava febbre (con una durata media di tre giorni), il 48,5% tosse e il 46,2% un’infiammazione acuta della faringe (in termini tecnici, una iperemia faringea). Poco presenti i sintomi gastrointestinali di diarrea (9%) e vomito (6%). Infine, il 15,8% era asintomatico [4]. Dalla seconda ricerca, invece, è emerso che sui 2.143 casi pediatrici di Covid-19 sospetti o confermati il 94% dei bambini era asintomatico o aveva un’infezione lieve o moderata e non ha necessitato di ossigeno o supporto ventilatorio [5].

Sebbene i più piccoli abbiano, quindi, meno probabilità di sviluppare sintomi del nuovo coronavirus rispetto agli adulti, dalle analisi è emerso anche che in questa fascia d’età non è escluso che si possa sviluppare una malattia respiratoria grave che può portare a un ricovero ospedaliero. Per questo, il Ministero della Salute ha messo a disposizione dei genitori un vademecum con le norme di prevenzione da adottare per preservare tutti i bambini [6]:

  • Lavare spesso le mani con acqua e sapone o disinfettante per le mani a base di alcool.
  • Evitare il contatto con persone malate (che abbia la febbre, la tosse o che starnutisca).
  • Pulire e disinfettare quotidianamente le superfici più utilizzate nelle aree comuni della casa (ad esempio tavoli, sedie con schienale rigido, maniglie delle porte, interruttori della luce, telecomandi, scrivanie, bagni, lavandini).
  • Lavare gli oggetti di uso comune, compresi i peluche lavabili.

Ma perché i bambini si ammalano meno di Covid-19? La ragione di questa bassa prevalenza nei bambini non è ancora chiara. Per il momento sono state fatte delle ipotesi che però devono essere confermate da studi più approfonditi. Si pensa, per esempio, che i bambini abbiano un sistema immunitario più preparato per rispondere a virus e batteri nuovi, la presenza di un minor numero di patologie e la minore esposizione a fumo di sigaretta e a inquinanti ambientali. I bambini, inoltre, soffrono più frequentemente di infezioni respiratorie e potrebbero avere un più alto livello di anticorpi contro i virus rispetto agli adulti [7].

Bibliografia

  1. Istituto Superiore di Sanità. Epidemia Covid-19, aggiornamento nazionale al 6 aprile 2020
  2. Wu Z, McGoogan JM. Characteristics of and Important Lessons from the Coronavirus Disease 2019 (COVID-19) Outbreak in China: Summary of a Report of 72 314 Cases from the Chinese Center for Disease Control and Prevention. JAMA.2020 Feb 24. doi:10.1001/jama.2020.2648
  3. CDC COVID-19 Response Team. Coronavirus Disease 2019 in Children — United States, February 12–April 2, 2020. Early Release, 2020 April 6
  4. Lu X, Zhang L, Du H, et al. SARS-CoV-2 infection in children. N Engl J Med, 2020 Mar 18
  5. Dong Y, Mo X, Hu Y, et al. Epidemiological characteristics of 2143 pediatric patients with 2019 coronavirus disease in China. Pediatrics 2020 Mar 16
  6. Ministero della Salute, FAQ – Covid-19, domande e risposte, Bambini
  7. Marchetti F. Le lezioni del coronavirus. Medico e Bambino 2020;39 (2):75-7

Le vitamine sono efficaci contro la Covid-19?

Purtroppo no. Non c’è nessuna prova che la vitamina C e la vitamina D – così come tutte le altre vitamine – riducano il rischio di ammalarsi o di contrarre forme gravi di Covid-19.

Ma perché si crede che la vitamina C aiuti contro la Covid-19? Innanzitutto, perché davanti a una minaccia come questa ci sentiamo fragili e tendiamo a credere più facilmente a notizie dubbie nella speranza che ci sia qualcosa che contribuisca a proteggerci. Nello specifico, l’idea che la vitamina C possa proteggere dall’infezione da Covid-19 si è diffusa in Italia tramite audio anonimi fatti girare su WhatsApp, amplificati poi sui social network. L’assunzione della vitamina C servirebbe a rinforzare il sistema immunitario, così come viene talvolta raccomandato a proposito di raffreddori e altri disturbi tipici della stagione fredda. C’è poi un’altra fonte a favore dell’uso della vitamina C che sembrerebbe più autorevole. Alcuni medici, infatti, la utilizzano talvolta somministrando in vena alte dosi nel trattamento delle sepsi, cioè di gravi forme batteriche diffuse a tutto l’organismo. Anche questo uso, però, è controverso. Una rassegna che ha preso in considerazione i risultati degli studi esistenti su questo tema, pubblicata un paio di anni fa, conferma che non ci sono prove certe di una sua utilità sul paziente grave [1,2]. In ogni caso, si tratta di un trattamento che alcuni giudicano utile per infezioni batteriche, che non hanno nulla a che vedere con le polmoniti da SARS-CoV-2.

Comunque, la conferma definitiva che non sia così arriva direttamente dal sito del Ministero della Salute dove, nella sezione dedicata alle bufale che stanno circolando sulla malattia, si legge: “Mangiare tante arance e limoni previene il contagio perché la vitamina C ha azione protettiva nei confronti del nuovo coronavirus? Falso. Non ci sono evidenze scientifiche che provino un’azione della vitamina C sul virus” [3].

E invece la vitamina D? Anche la notizia di una possibile utilità della vitamina D nei pazienti con Covid-19 ha iniziato a circolare sui social media, arrivando poi sui giornali. Successivamente anche voci accademiche hanno iniziato a sostenere la causa della vitamina D nella lotta alla COVID-19. Alcune sono basate su una possibile azione di stimolo che avrebbe la vitamina D sulla risposta immunitaria, altre sono basate su un suo supposto effetto antivirale [4], altre ancora su una generica azione protettiva sulle infezioni respiratorie [5]. Nonostante siano tutte opinioni rispettabili, però, non è assolutamente possibile parlare di “evidenze”, per cui al momento attuale la somministrazione di vitamina D per combattere un’infezione da SARS-CoV-2 o migliorarne l’evoluzione polmonare è da considerare non sostenuta da adeguate prove di efficacia.

Pertanto, il solo modo per prevenire il contagio è limitare al massimo l’uscita dal proprio domicilio, non avvicinarsi mai a meno di un metro dalle altre persone e lavarsi le mani molto frequentemente e con grande cura, sia col sapone, sia con una soluzione idroalcolica.

Bibliografia

  1. Kuhn S, Meissner K, et al. Vitamin C in Sepsis. Curr Opin Anaesthesiol 2018; 31: 55–60
  2. Fujii T, Belletti A, Carr A, et al. Vitamin C therapy for patients with sepsis or septic shock: a protocol for a systematic review and a network meta-analysis. BMJ Open 2019;9:e033458
  3. Ministero della Salute. Covid-19: proteggiamoci dalle… bufale.
  4. Cobbold PH. Rapid Response to BMJ 2020;368:m810
  5. Martineau AR, Jolliffe DA, Hooper RL et al. Vitamin D supplementation to prevent acute respiratory tract infections: systematic review and meta-analysis of individual participant data. BMJ 2017;356:i6583

Esiste un test che posso eseguire a domicilio per sapere se sono contagiato?

No. Al momento non esistono test che i cittadini possano eseguire autonomamente per sapere se si è stati contagiati. Ad oggi, l’unico metodo standard rimane quello basato sul tampone rino-faringeo, eseguito con un bastoncino rivestito di cotone, che permette di identificare direttamente il materiale genetico del virus SARS-CoV-2. Questo esame può essere effettuato solo dai centri che fanno parte della rete istituita dalla Regione per la diagnosi di laboratorio del virus SARS-CoV-2 con un costo, per il servizio sanitario, pari a  69,88 €. Se eseguito da altri centri, il test non sarebbe in alcun modo riconosciuto dalla Regione e il paziente verrebbe comunque sottoposto a nuovo tampone per accertarne o meno il contagio e, se necessari, attivare gli interventi sanitari previsti.
 

Alcuni centri propongono dei test diagnostici che si basano, invece, sull’identificazione di anticorpi contro il virus SARS-CoV-2 presenti nel sangue, i cosiddetti test sierologici, per indicare se il paziente ne è – o ne è stato – colpito. Questi test possono essere eseguiti con una puntura sul polpastrello (prelievo capillare), con esito rapido, o con un prelievo in vena. Dobbiamo, però, tenere presente che il coronavirus responsabile della Covid-19 fa parte di una famiglia di virus che sono responsabili di diverse sindromi respiratorie – fortunatamente quasi sempre di lieve entità – che si verificano molto spesso e ogni anno nella popolazione: questi test sierologici potrebbero rilevare anticorpi generati in precedenza contro altri virus della stessa famiglia, causando i cosiddetti falsi positivi. Al contrario, un risultato negativo, ovvero assenza di anticorpi nel sangue, non esclude del tutto che la persona abbia un’infezione in atto in fase precoce e, dunque, la possibilità che sia contagiosa. Dunque, ad oggi questi test non certificano in alcun caso lo stato di malattia/contagiosità o guarigione dell’individuo che ha effettuato il test.

A riguardo il Comitato Tecnico Scientifico sottolinea come i test sierologici non possano in alcun modo sostituire il test effettuato attraverso i tamponi nasofaringei secondo i protocolli indicati dalla Organizzazione Mondiale della Sanità. Se acquistato, è inoltre importante sapere che un test sierologico da sangue capillare non dovrebbe costare, normalmente, oltre 16 euro; analogamente il costo di un test sierologico con un prelievo in vena non dovrebbe superare 16 euro, se effettuato in ambulatorio, 27 euro se effettuato con prelievo a domicilio. La comunità scientifica internazionale è comunque al lavoro per realizzare dei test rapidi che permettano di calcolare il numero di persone verosimilmente entrate in contatto con il virus, possibilmente su fasce più ampie della popolazione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sta attualmente valutando circa 200 nuovi test rapidi e i risultati di questa valutazione saranno noti nelle prossime settimane.


Cosa fare se si sospetta di essere contagiati?

Alcune persone si infettano ma non sviluppano alcun sintomo. La maggior parte delle persone (circa l’80%) guarisce dalla malattia senza bisogno di cure particolari. Circa una persona su sei tra quelle che vengono contagiate si ammala gravemente e sviluppa difficoltà respiratorie. Le persone anziane e quelle con problemi medici preesistenti come ipertensione, disturbi cardiaci o diabete hanno maggiori probabilità che la Covid-19 evolva in modo grave. (3)

Se sei preoccupato e hai sintomi tra quelli segnalati più avanti, chiama il medico di medicina generale o il numero verde regionale e chiedi consiglio. Sarà il medico a darti indicazioni. Non andare al pronto soccorso. È importante considerare che sintomi come la tosse, la febbre, il mal di gola o la congestione nasale sono abituali e non devono generare allarme.

Va considerato, comunque, che secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (1) i sintomi più frequenti della Covid-19 sono tre:

  • Febbre
  • Stanchezza
  • Tosse secca accompagnata da segni di difficoltà respiratoria.

Le persone con questi sintomi devono consultare un medico.

Talvolta si possono presentare anche dolore, congestione nasale, naso che cola, mal di gola o diarrea. Questi sintomi sono generalmente lievi e iniziano gradualmente.

È utile che chi avverte sintomi respiratori misuri l’ossigenazione del sangue con il pulsossimetro. È un piccolo apparecchio con la forma di pinzetta che si applica a un dito, collegata a una specie di scatoletta sulla quale viene visualizzato il risultato della misurazione. Può essere impiegato con facilità anche a casa.

Per consultare il tuo medico, la Regione Lazio  – in collaborazione con i medici di medicina generale – ha messo a punto una nuova app, mediante una evoluzione del sistema di tele consulto ADVICE per i Pronto soccorso regionali,  chiamata Lazio Doctor per COVID che permette un’autovalutazione dei propri sintomi ed esposizioni recenti ed un controllo da parte del proprio medico di fiducia in caso di sospetto Covid-19. Tale strumento è inoltre a disposizione, in abbinamento con un kit di telemonitoraggio, per i pazienti in isolamento domiciliare per un controllo quotidiano dei propri sintomi e parametri di salute da parte del medico di fiducia. Il medico potrà accedere online stabilendo così un contatto diretto con il paziente, attraverso la app, per una telesorveglianza sanitaria in totale sicurezza. (2)

Le funzioni previste dalla app sono queste:

  • Autovalutazione (questionario di autovalutazione iniziale su esposizioni recenti e primi sintomi che possono far sospettare la Covid-19),
  • Contatta il tuo medico (per rivolgersi al medico di medicina generale via chat),
  • Rileva i tuoi parametri (temperatura corporea, pressione arteriosa, frequenza cardiaca, peso, saturazione e frequenza respiratoria ),
  • Contatta il servizio 800 118 800 (numero verde messo a disposizione dalla Regione Lazio per informazioni sulla Covid-19).

Le informazioni inserite sulla app sono visibili in tempo reale dai medici di medicina generale sul sistema Lazioadvice.

Per bambini e adolescenti, il servizio è svolto dal pediatra e dal medico di fiducia mediante contatto telefonico.

Termometro e pulsossimetro sono due strumenti da tenere a casa, per monitorare i sintomi e comunicare i parametri al medico attraverso la APP.

Bibliografia

  1. Organizzazione Mondiale della Sanità. Q&A on coronavirus.
  2. https://www.salutelazio.it/lazio-doctor
  3. Fauci AS, Lane HC, Redfield RR. Covid-19—navigating the uncharted. N Engl J Med 2020; 26 marzo.

Perché è importante sperimentare i farmaci anche in emergenza?

Anche in una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo per la pandemia da coronavirus, la sperimentazione clinica di medicinali deve osservare alcuni passaggi obbligati. Il primo consiste nella valutazione del farmaco da parte delle autorità regolatorie nazionali, il cui ruolo in Italia è svolto dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Sul sito dell’AIFA si legge che “nell’ambito dell’emergenza epidemiologica del coronavirus all’Agenzia Italiana del Farmaco è stato affidato il compito di valutare tutte le sperimentazioni cliniche sui medicinali per pazienti con COVID-19” [1]. L’Agenzia ha voluto che gli studi avviati in queste settimane fossero impostati in modo molto rigoroso: per verificare se queste cure funzionano si verificherà al termine della sperimentazione se le terapie avranno aumentato la sopravvivenza delle persone malate.

La valutazione sperimentale di un farmaco non ha solo l’obiettivo di verificarne l’efficacia nel trattamento di una specifica malattia ma anche di definirne la sicurezza. In altre parole, proprio per la precaria salute di alcuni malati, le terapie farmacologiche non possono rischiare di aggravarne le condizioni.

La differenza rispetto al normale svolgimento delle sperimentazioni è che il procedimento è reso più snello. Continua, infatti, il messaggio dell’AIFA: “Avvalendosi della sua Commissione Tecnico Scientifica e dei suoi Uffici, l’Agenzia ha attivato una procedura semplificata che intende favorire, regolamentare e vigilare l’accesso alle terapie potenzialmente utili a contrastare questa pandemia” [1]. Dunque, la Commissione Tecnico Scientifica dell’AIFA è in seduta permanente (pur non riunendosi fisicamente ma online per le note limitazioni agli spostamenti) per prendere quotidianamente in esame le nuove evidenze che vengono pubblicate sulle riviste internazionali più autorevoli man mano che sono resi pubblici i primi risultati degli studi avviati in diverse nazioni. L’obiettivo è quello di monitorare l’efficacia e la sicurezza di nuove strategie di trattamento della Covid-19. Sulla base di queste “prove”, vengono valutate le proposte di sperimentazione e, in molti casi, autorizzati nuovi percorsi di ricerca.

Per contrastare la continua proposta di terapie di cui non si conosce l’efficacia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha avviato uno studio che recluterà molti pazienti in diversi Paesi del mondo, chiamato Solidarity, a cui anche l’Italia parteciperà [2]. Uno studio del genere, rigoroso per metodologia e capace di coinvolgere molti malati, potrà dare risposte solide delle quali fidarsi. I farmaci che per ora saranno confrontati con lo standard attuale di cura – la ventilazione artificiale – sono: il remdesivir, farmaco già utilizzato contro il virus Ebola; la combinazione di lopinavir e ritonavir, due farmaci usati per la terapia dell’infezione da HIV; gli stessi lopinavir e ritonavir associati a interferone beta (una proteina utilizzata per il trattamento della sclerosi multipla); e clorochina, il farmaco antimalarico per eccellenza [3], e idrossiclorochina.

Bibliografia

  1. Agenzia Italiana del Farmaco, Informazione continua sui farmaci.
  2. World Health Organization. “Solidarity” clinical trial for COVID-19 treatments.
  3. Grady D, Thomas K. With minimal evidence, Trump asks FDA to study malaria drugs for coronavirus. New York Times, 19 marzo 2020.

Esistono farmaci che possono curare la Covid-19?

Molti centri di ricerca internazionali sono al lavoro per determinare quali farmaci possano avere un ruolo specifico per trattare i pazienti con la Covid-19. Che la situazione sia in divenire lo  conferma anche uno studio frutto della collaborazione di numerosi ricercatori internazionali, dove si legge: “Attualmente non esistono farmaci antivirali di comprovata efficacia né vaccini per la sua prevenzione. Sfortunatamente, la comunità scientifica ha poca conoscenza dei dettagli molecolari dell’infezione da SARS-CoV-2” [1]. In Italia l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) si sta muovendo per sperimentare anche farmaci antivirali già approvati e usati per altre patologie, nella speranza che qualcosa funzioni. Si legge sul sito dell’AIFA che “l’Agenzia Italiana del Farmaco, insieme alla sua Commissione Tecnico Scientifica, è costantemente impegnata nella gestione dell’emergenza Covid-19 per quanto riguarda i farmaci utilizzati dai pazienti in questa pandemia” [2].

Uno dei farmaci di cui maggiormente si parla è la clorochina, il farmaco antimalarico per eccellenza. Nonostante alcuni medici impegnati nell’assistenza ai malati di Covid-19 in Cina, Corea del Sud e Francia, l’abbiano utilizzata e abbiano riferito che la terapia con questo farmaco sembra dare benefici, ancora non è stato dimostrato con certezza. Lo stesso vale per l’arbidol, un farmaco di cui si è iniziato a parlare dopo che si sono diffuse notizie riguardanti una presunta cura efficace per la Covid-19 usata in Russia. Si tratta di un farmaco antivirale, che quindi ha l’obiettivo di impedire a un virus di replicarsi e causare la malattia. In Italia, però, questo farmaco non è in vendita e non ci sono certezze sulla sua efficacia [3]. Anche l’Accademia russa di Scienze mediche, infatti, ha affermato che non ci sono sufficienti prove scientifiche che sostengano l’efficacia del farmaco e gli studi che abbiamo a disposizione sono molto discutibili per la metodologia con cui sono stati condotti.

Altro medicinale su cui si stanno facendo degli studi è il remdesivir, un farmaco utilizzato contro Ebola. Per il momento, però, le prove della sua efficacia sono solo “aneddotiche”: ovvero riguardano solo pochi, singoli casi e rappresentano le impressioni e il punto di vista soggettivo di malati e medici a partire dalla loro esperienza. Non è detto che – una volta conclusi – gli studi restituiscano gli stessi risultati. Un accenno va fatto anche a ritonavir/lopinavir, una combinazione di farmaci utilizzati per il trattamento dell’HIV. La sua efficacia è stata valutata a Wuhan su 199 pazienti con gravi sintomi da Covid-19, ma i risultati non possono essere considerati definitivi. Si devono attendere, quindi, altre sperimentazioni. Altro farmaco antivirale è il favipiravir,  autorizzato in Giappone dal marzo 2014 per il trattamento di forme di influenza lievi causate da virus influenzali nuovi o riemergenti. Alla data odierna (3 aprile 2020) i risultati degli studi condotti con rigore su questo medicinale nel trattamento della Covid-19 non sono particolarmente incoraggianti.

AIFA ha autorizzato infine diversi studi che valuteranno dei farmaci utilizzati attualmente nella cura di altre malattie caratterizzate da una forte componente infiammatoria: emapalumab e anakinra, sarilumab e tocilizumab [4].

Nonostante si stiano conducendo numerosi studi e sperimentazioni sui farmaci, nessuno ancora si è rivelato una “soluzione” per la Covid-19. Ricordiamo, quindi, che l’arma più efficace che abbiamo in questo momento è la prevenzione. Qui, le indicazioni sui comportamenti da seguire fornite dalla Regione Lazio [5].

Bibliografia

  1. Gordon DE, Gwendolyn MJ, Bouhaddou M, “A SARS-CoV-2-human protein-protein interaction map reveals drug targets and potential drug-repurposing”.
  2. Agenzia Italiana del Farmaco, Schede informative sui farmaci utilizzati per emergenza COVID-19 e relative modalità di prescrizione.
  3. Agenzia Italiana del Farmaco, AIFA precisa, uso favipiravir per COVID-19 non autorizzato in Europa e USA, scarse evidenze scientifiche sull’efficacia.
  4. Covid-19, AIFA autorizza tre nuovi studi per sperimentazioni di farmaci per il trattamento dell’infezione da nuovo coronavirus.
  5. Regione Lazio, Fermiamo il coronavirus.

Coronavirus 2019: domande e risposteCoronavirus 2019: domande e risposte

Dottore, ma è vero che…? si è occupato nelle ultime settimane di rispondere alle domande più frequenti sull’epidemia, per arginare la disinformazione che può danneggiare le persone e le misure messe in campo per risolvere l’emergenza. La BAL presenta una panoramica delle schede pubblicate finora. Qui la seconda serie di domande. E qui la terza.

Anche nel sito dell’Istituto Superiore di Sanità c’è una ricca sezione di Q&A sul Coronavirus 2019, da “I guanti servono per prevenire un infezione?” a “Come smaltire i rifiuti domestici“.

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