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ADHD nei bambini: a che punto siamo

L’aumento dei tassi di ADHD e la disinformazione che nasce dai social media creano preoccupazioni sia sul fronte della diagnosi che su quello del trattamento. Ne parla un’analisi pubblicata sul BMJ.

Negli ultimi anni, la prevalenza del disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) nei bambini ha registrato un aumento significativo in vari Paesi (la Germania per esempio che ha registrato un incremento del 77% in un decennio). Questa tendenza, unita a una maggiore consapevolezza della salute mentale che deriva dal periodo di pandemia, ha spostato il discorso pubblico sull’ADHD.

I social media, in particolare TikTok, sono diventati centri di aggregazione di contenuti relativi all’ADHD, raccogliendo oltre 30 miliardi di visualizzazioni con l’hashtag #adhd. Anche se questi video hanno perlopiù lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica e di fornire contenuti, molti non sono creati da professionisti sanitari e a volte possono diffondere informazioni fuorvianti, generando aspettative irrealistiche in chi li guarda.

Una preoccupazione degli esperti è che l’aumento delle diagnosi di ADHD senza che si verifichino cambiamenti nei profili comportamentali rappresenti l’indizio una “epidemia di diagnosi” piuttosto che un effettivo aumento dei casi del disturbo.

Ad aggravare il problema c’è la carenza di risorse sanitarie, che porta a lunghe liste d’attesa per le valutazioni psichiatriche in Paesi come il Regno Unito e l’Australia. I bambini spesso devono affrontare anni per la valutazione, aggravando lo stress delle famiglie e ritardando potenzialmente gli interventi necessari.

Il dibattito sul trattamento dell’ADHD complica ulteriormente le cose. Mentre i trattamenti farmacologici hanno dimostrato un’efficacia a breve termine nel controllo dei sintomi, restano dubbi sugli effetti a lungo termine e sulla scarsità di prove di alta qualità. Inoltre, gli interventi non farmacologici, come il parent training e la terapia cognitivo-comportamentale, non hanno un forte supporto empirico.

L’impatto stesso di una diagnosi di ADHD è in discussione, con studi che suggeriscono potenziali danni psicosociali, tra cui un aumento dello stigma, profezie di fallimento che si autoavverano e insuccessi accademici. I bambini con sintomi borderline possono essere particolarmente vulnerabili a queste conseguenze negative.

In risposta a queste sfide, gli esperti sostengono la necessità di spostare l’attenzione verso un supporto basato sulle evidenze piuttosto che sulla diagnosi. È stato proposto un sistema di triage che prevede che i bambini con sintomi gravi vengano sottoposti a una valutazione clinica e a un’eventuale terapia farmacologica, mentre a quelli con sintomi più lievi sono offerti interventi non farmacologici senza che sia necessaria una diagnosi.

Gli ambienti educativi inclusivi, adatti a un ampio spettro di esigenze comportamentali, sono considerati vantaggiosi per tutti i bambini, indipendentemente dalla diagnosi. Iniziative come il programma Our Place di Victoria, in Australia, spiegano bene il successo di questi approcci nel sostegno alla salute e al benessere dei bambini all’interno delle comunità.

Abbracciando un approccio al supporto comportamentale basato su un continuum, che si allontani da una visione binaria dell’ADHD, gli esperti sperano di ridurre l’eccessiva medicalizzazione e di fornire interventi più personalizzati ed efficaci ai bambini che ne hanno bisogno.

Fonte
Kazda L et al. Attention deficit/hyperactivity disorder (ADHD) in children: more focus on care and support, less on diagnosis. BMJ 2024;384:e073448.

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