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BAL Talk: è di scena l’innovazione

Pubblicato mercoledì 4 Dicembre 2019

Marina Davoli, dopo gli onori di casa agli ospiti dell’incontro, cede la parola al moderatore di giornata Luca De Fiore (Il Pensiero Scientifico Editore) che introduce il tema. Il primo a prendere la parola è Emilio Romanini che parte dalla sua esperienza personale e si dichiara un convinto sostenitore del “less is more” nel campo dell’innovazione. Le innovazioni di cui ha più usufruito sono infatti legate al “perioperatorio stretto” in ortopedia e in gran parte derivano dall’abolizione di cattive abitudini ormai consolidate. Quindi, un po’ paradossalmente visto che l’ortopedia è molto dipendente dalle tecnologie, le innovazioni più proficue sono state “di conoscenze” che più tecnologiche.

A Sergio Pillon viene chiesto di definire meglio i contorni della telemedicina, un settore in cui ha una consolidata esperienza. Pillon racconta di aver partecipato all’elaborazione delle linee guida del SSN sulla telemedicina, che hanno prodotto un glossario e costretto virtualmente le Regioni a recepire le linee di indirizzo. Oggi però le competenze digitali non solo non contano abbastanza, sostiene Pillon, ma, a volte, arrivano ad essere considerate più un onere che una risorsa. Conclude l’intervento con la desolante constatazione che se non ci sono le competenze per accorgersi dei problemi, non è possibile apprezzare le soluzioni.

Eugenio Santoro, ripercorrendo i suoi anni al Mario Negri nel settore dell’innovazione informatica al servizio dell’assistenza e della ricerca, riprende alcuni spunti del libro di Alberto Tozzi “Impazienti” ribadendo che l’innovazione tecnologica “in sé “non porta a nulla. Perché sia produttiva deve essere accompagnata da un’innovazione clinica, da una modifica degli esiti e dei processi: se manca tutto questo, l’innovazione, semplicemente, non funziona. Santoro accenna anche a una recente metanalisi e revisione sistematica sull’uso degli strumenti di sanità digitale nell’HIV, in particolare rispetto all’outcome “aderenza al trattamento”. Dai dati che riferisce, emerge un panorama tutt’altro che promettente. Dal punto di vista dell’innovazione applicata alla ricerca si fa ancora fatica a utilizzare questi strumenti. Qualcosa si sta muovendo negli studi randomizzati, soprattutto nella prevenzione del fumo, precisa Santoro.

Alberto Tozzi, sollecitato dal moderatore, spiega che il movente principale che l’ha spinto a scrivere è stato provocare per dar vita a un dibattito. Tutto parte dalla difficoltà (e dalla frustrazione che ne deriva) di trasferire nella pratica le cose buone da implementare e dalla constatazione che la scienza dell’implementazione prende in considerazione fattori che spesso non siamo portati a considerare.

De Fiore evidenzia come esista una narrazione un po’ enfatica rispetto all’innovazione, una specie di esagerazione positiva. Un’osservazione a cui risponde Tozzi affermando che l’innovazione va considerata un semplice strumento. Non tutto ciò che è nuovo è bello: bisogna mettere insieme ciò che si è imparato dal metodo epidemiologico e dal pensiero critico con quello che può venire di utile da un’invenzione. Tozzi ribadisce che il metodo dell’innovazione è diverso da quello della ricerca scientifica e molti ne sanno abbastanza poco; bisogna necessariamente esplorare questa metodologia. Quindi la sequenza è: tornare alla ragione dell’uomo, usare l’innovazione come uno strumento non fine a se stesso e mettere a frutto quello che si sa delle prove di efficacia per valutare e selezionare ciò che serve davvero.

Sul fronte dell’approccio delle istituzioni rispetto all’innovazione, Santoro distingue tra le istituzioni sanitarie che fanno ancora fatica a riconoscere le potenzialità di molte innovazioni, e altre istituzioni non sanitarie, in cui invece c’è un atteggiamento di esaltazione. Il rischio che paventa è che i big dell’informatica – e le assicurazioni che vogliono e riescono a star dietro a chi sviluppa gli strumenti – si accaparrino l’esclusiva della migliore innovazione nel quasi immobilismo da parte delle istituzioni che non cercano neanche di tamponare il problema provando a cambiare le regole.

Sicurezza ed efficacia e tempi dell’innovazione è il tema che segue. Viene coinvolto Antonio Addis, presente alla BAL Talk, per una riflessione sul ruolo dell’AIFA. Altre agenzie hanno cominciato a prendere in esame il tema delle terapie digitali, spiega Addis. Non si è ancora al livello di dare delle regole ma si comincia a stabilire la nomenclatura. C’è, a suo modo di vedere, molto da fare per aiutare i pazienti e gli operatori sanitari nella decostruzione del mito, perché c’è un pregiudizio diffuso che nell’innovazione ci sia soltanto positività. Un atteggiamento simile si riscontra nei confronti dei farmaci, ma c’è una visione diversa rispetto al passato nei confronti delle terapie digitali che dipende dal fatto che ciascuno di noi ha un’esperienza diretta dell’innovazione digitale attraverso la tecnologia che portiamo sempre con noi (in particolare gli smartphone). Le istituzioni quindi non se la caveranno con la semplice alfabetizzazione degli utenti (che quelle più avanzate hanno già cominciato a fare), ma sarà necessario un ulteriore sforzo perché le aspettative sono molto maggiori.

Santoro, rispetto al tema del rapporto tra sicurezza ed efficacia, cita l’esempio di una legge tedesca che prevede, da poco, la prescrivibilità di alcuni strumenti di digital health. Tuttavia in Germania è permesso prescrivere soltanto strumenti già registrati come dispositivi medici secondo la nuova normativa europea (in vigore da maggio 2020 e ancora più restrittiva rispetto alla precedente). I produttori hanno poi un anno di tempo per portare tutte le dimostrazioni di efficacia clinica, pena l’eliminazione dalla lista delle terapie digitali prescrivibili. Una strada che Santoro considera utile a mettere d’accordo le due necessità: da una parte colmare il ritardo con la tecnologia che nel frattempo avanza velocemente, dall’altra fare comunque riferimento alle prove di efficacia.

A chi serve l’innovazione? Tozzi spiega che l’innovazione non sta solamente nell’analizzare i bisogni non soddisfatti ma anche nell’analizzarli precisamente che non è un’impresa facile. I pazienti rappresentano una risorsa inesauribile e formidabile, spesso trascurata. Coinvolgere le persone (pazienti compresi) è la chiave, ma i medici, sostiene Tozzi, sono una categoria particolarmente impermeabile allo scambio.

In tema di disuguaglianze Tozzi, in risposta a una sollecitazione del pubblico, considera l’innovazione uno strumento che potenzialmente può diminuirle, non soltanto accentuarle, ma non tutte le innovazioni, aggiunge, possono applicarsi a questo scopo.

La formazione del personale è un ulteriore spunto che arriva dalla sala. Le accelerazioni che provengono dall’innovazione sono sostenibili dal personale sanitario? I medici riescono a stargli dietro?

Davoli sottolinea la schizofrenia della situazione – un pezzo di mondo fermo, quello delle istituzioni (più anziano tra l’altro) e quello dell’innovazione, più giovane, che è in grado di produrre nuovi strumenti – e la confusione che ne consegue. Pillon propone a riguardo di utilizzare l’approccio della system medicine che può risolvere questa “confusione” attraverso big data correttamente gestiti.

La BAL Talk si chiude con una dichiarazione “romantica” di Tozzi: ci salveranno le comunità dei pazienti che finora non hanno partecipato alle decisioni cliniche come invece si era auspicato negli ultimi anni. L’innovazione in questo senso è un’occasione perché, se si riesce a trasferire il coinvolgimento nel processo di cura, il problema dell’individualità di cura sarà molto diluito dal momento che si farà comunque l’interesse della comunità.

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