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Denervazione renale per l’ipertensione resistente: una revisione Cochrane

Pubblicato giovedì 28 Aprile 2022

Esistono evidenze che la denervazione renale nei pazienti con ipertensione resistente possa migliorare l’ABPM nelle 24 ore e la PA diastolica misurata in ambulatorio.

La prevalenza nella popolazione ipertesa generale dell’ipertensione resistente e la sua gestione clinica rappresentano a oggi un serio problema da risolvere. Sono stati proposti approcci diversi, tra cui una terapia antipertensiva più intensa, modifiche dello stile di vita o entrambe le strategie, ma nel complesso non hanno prodotto un miglioramento degli esiti e a una riduzione del rischio cardiovascolare e renale.

La revisione si propone di valutare gli effetti a breve e lungo termine della denervazione renale sugli endpoint clinici in individui con ipertensione resistente, inclusi eventi cardiovascolari fatali e non fatali, mortalità per tutte le cause, ricoveri ospedalieri, qualità della vita, controllo della pressione sanguigna, ipertrofia ventricolare sinistra, profilo cardiovascolare e metabolico e funzionalità renale, nonché potenziali eventi avversi correlati alla procedura.

Sono stati presi in considerazione studi randomizzati controllati (RCT) che hanno confrontato la denervazione renale con la terapia standard o la procedura simulata per il trattamento dell’ipertensione resistente. La certezza delle prove è stata valutata utilizzando il metodo GRADE.

Su 15 studi ammissibili (con 1416 partecipanti), in 4 la denervazione renale è stata confrontata con la procedura simulata, in tutti gli altri è stata testata contro terapia antipertensiva standard o intensificata.

È emerso che ci sono evidenze con un basso grado di certezza che la denervazione renale abbia scarso o nessun effetto sul rischio di infarto miocardico (4 studi, 742 partecipanti; RR 1,31, IC 95% da 0,45 a 3,84), ictus ischemico (5 studi, 892 partecipanti; RR 0,98, IC 95% 0,33-2,95), angina instabile (3 studi, 270 partecipanti; RR 0,51, IC 95% 0,09-2,89) o ricovero (3 studi, 743 partecipanti; RR 1,24, IC 95% 0,50-3,11 ). Sulla base di evidenze di moderata certezza la denervazione renale può ridurre la pressione arteriosa misurata in ambulatorio: PA sistolica (9 studi, 1045 partecipanti; MD -5,29 mmHg, IC 95% da -10,46 a -0,13), PA diastolica ABPM (8 studi, 1004 partecipanti; MD ‐3,75 mmHg, IC 95% da ‐7,10 a ‐0,39) e PA diastolica ambulatoriale (8 studi, 1049 partecipanti; MD ‐4,61 mmHg, IC 95% da ‐8,23 a ‐0,99).

Al contrario, questa procedura ha avuto scarso o nessun effetto sulla pressione sistolica ambulatoriale (10 studi, 1090 partecipanti; MD -5,92 mmHg, IC 95% -12,94-1,10). Evidenze di moderata certezza hanno suggerito che la denervazione renale potrebbe non ridurre la creatinina sierica (5 studi, 721 partecipanti, MD 0,03 mg/dl, IC 95% da -0,06 a 0,13) e potrebbe non aumentare la velocità di filtrazione glomerulare stimata (eGFR) o la clearance della creatinina (6 studi, 822 partecipanti; MD ‐2,56 ml/min, IC 95% da ‐7,53 a 2,42).

In generale i ricercatori sottolineano la necessità di studi futuri che misurino i risultati sul paziente anziché quelli surrogati, con periodi di follow-up più lunghi, una dimensione del campione più ampia e metodi più standardizzati.

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