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Infermiere, infermieri e interruzioni

Pubblicato lunedì 16 Maggio 2016

Le interruzioni possono generare complessi processi cognitivi e provocare la perdita di informazioni relative al compito che si sta eseguendo, aumentando la possibilità di compiere errori. In ambito sanitario ciò può comportare rischi per la sicurezza delle persone trattate.

Nella letteratura infermieristica è stata formulata la seguente definizione di interruzione: eventi inaspettati, provocati di solito da cause esterne, che provocano una interruzione del compito principale eseguito da chi presta assistenza, deviando l’attenzione su un compito secondario.

Uno studio condotto su 5 reparti chirurgici in 5 ospedali italiani del Friuli-Venezia Giulia ha analizzato le interruzioni subite da 7 infermieri e 43 infermiere durante i turni della mattina e del pomeriggio (escludendo dunque quelli notturni). La ricerca ha cercato di rispondere al quesito: “Quando si verificano, e come vengono gestite, le interruzioni nei reparti chirurgici, nella pratica infermieristica diurna?”.

L’originalità dello studio friulano coordinato da Alvisa Palese (Scienze infermieristiche, Università degli studi di Udine) consiste nell’aver analizzato, oltre alla frequenza delle interruzioni, la loro durata, la fase in cui avvengono e le modalità di gestione da parte del personale infermieristico.

Qualche inevitabile numero. Nel corso di 356 ore di osservazione, sono state registrate 2010 interruzioni, con una media di 5.6 all’ora. Questo significa che, per ogni turno, infermiere e infermieri venivano interrotti 40 volte, per una durata di tempo equivalente al 5% dell’intero turno. È stata calcolata anche la durata media delle interruzioni, circa 32 secondi, che corrispondono a un totale di una ventina di minuti nel corso del turno. È stato analizzato anche il “quando”: le interruzioni avvengono nella metà dei casi nel corso della somministrazione dei farmaci, in un terzo dei casi al passaggio delle consegne.

Da dove provengono le interruzioni? Nella delicatissima fase della somministrazione dei farmaci, le interruzioni provengono principalmente dal personale e “dato che le interruzioni hanno una duplice natura, possono cioè minacciare o aumentare la sicurezza delle persone trattate, la sensibilizzazione dei membri dello staff, facendo sì che riducano interruzioni non necessarie, è la prima linea di difesa che le organizzazioni sanitarie dovrebbero prendere in considerazione”, scrivono gli autori dell’articolo.

Come vengono gestite le interruzioni? Nell’80 per cento dei casi il personale infermieristico ha gestito direttamente l’interruzione (ha cioè risposto in qualche modo alla richiesta), e solo in una minoranza di casi ha ignorato la sollecitazione esterna o aspettato di aver finito l’operazione nella quale era impegnato. C’è chi ha introdotto, per esempio in alcuni ospedali inglesi, l’uso di casacche segnaletiche per prevenire le interruzioni durante il giro della terapia con la scritta “Sto preparando la terapia, non interrompere” (“Drug round in progress, [please] do not disturb”) ma, come affermano gli autori di un articolo pubblicato sulla rivista L’Infermiere, “prima della loro introduzione è necessario effettuare un’attenta validazione consultando pazienti e infermieri al fine di sviluppare una profonda comprensione delle cause che determinano le interruzioni e disegnare interventi appropriati. Le interruzioni dovrebbero essere ridotte con approcci combinati che includono modificazioni organizzative e comportamentali individuali e del gruppo multiprofessionale: non è quindi sufficiente una sola strategia per evitarle, come per esempio l’uso delle casacche“.

Fonti e approfondimenti:
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Ferro M et al. Il dibattito sulle casacche segnaletiche per prevenire le interruzioni durante il giro della terapia: una revisione narrativa. Rivista L’Infermiere N°2 – 2014 / Il.
D’Antonio S et al. Work interruption: indagine in due reparti chirurgici di un ospedale ligure sulle interruzioni a cui gli infermieri sono sottoposti durante le attività assistenziali. Professioni Infermieristiche, 2014: 67 (4): 211-18.

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