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Lo strano caso della diminuzione degli infarti durante la pandemia

Pubblicato lunedì 27 Luglio 2020

I ricercatori dell’Università di Oxford hanno pubblicato una nuova ricerca che evidenzia che alla fine di marzo 2020 si sono verificati soltanto i due terzi delle ammissioni attese con infarto.

Alla fine di maggio, i tassi di ammissione si erano già parzialmente ripresi, ma rimanevano al di sotto dei livelli previsti. In totale, entro la fine di maggio 2020, c’erano stati circa 5000 ricoveri con infarto in meno rispetto al previsto, il che suggerisce con una certa forza che molti pazienti non hanno usufruito dei trattamenti salvavita.

Lo studio, pubblicato su The Lancet ha utilizzato i dati regolarmente raccolti tramite NHS Digital dagli NHS Hospital Trusts inglesi per ottenere informazioni aggiornate sui ricoveri in ospedale. I ricercatori hanno documentato una riduzione delle ammissioni con infarto in Inghilterra all’inizio della pandemia di Covid-19 confrontando i tassi settimanali del 2020 con quelli osservati nel 2019.

Dal 2019 a fine marzo 2020, rispetto ai ricoveri per sindrome coronarica acuta (STEMi e NSTEMI) si è osservata una riduzione del 23% (95% IC 16-30) degli ingressi per STEMI e una del 42% (38-46) di quelli per NSTEMI.

“Il nostro studio dimostra che molte meno persone con infarto hanno frequentato gli ospedali durante questa pandemia. È importante invece che chiunque ha dolore toracico chiami immediatamente un’ambulanza, perché ogni minuto di ritardo aumenta il rischio di morire o di sperimentare gravi complicazioni a causa di un infarto “, ha commentato l’autrice dello studio Marion Mafham (Dipartimento di salute della popolazione di Nuffield, Università di Oxford).

In generale è stato riscontrato un pattern sovrapponibile di riduzione delle ammissioni nei diversi gruppi demografici. Lo studio ha scoperto anche un aumento della percentuale di pazienti che ricevevano procedure riapertura delle arterie il giorno del ricovero e una riduzione complessiva del tempo del soggiorno: la durata mediana tra i pazienti con sindrome coronarica acuta è diminuita da 4 giorni (QI 2-9) nel 2019 a 3 giorni (1-5) entro la fine di marzo 2020.

Colin Baigent (Università di Oxford), coautore dello studio, ha sintetizzato così il bilancio rischio/beneficio dell’ospedalizzazione in tempo di covid: “Alcune persone possono ancora essere preoccupate di andare in ospedale perché temono di imbattersi nel coronavirus. Ma la verità è che, ritardando o non andando affatto in ospedale, le persone con infarto corrono un rischio molto più grande di morire per il loro attacco infarto rispetto a quello di essere contagiati dal virus, e il servizio sanitario nazionale è pronto e in grado di fornire un’eccellente assistenza cardiologica”.

Un pattern simile di riduzione nel numero di pazienti che si sono recati in ospedale con infarto e di quelli che hanno ricevuto una PCI, è stato osservato in molti altri paesi europei e negli Stati Uniti durante la pandemia. L’altro elemento costante è che quelli che si presentano in ospedale spesso lo fanno oltre la finestra ottimale per una PCI primaria.

“Questi risultati devono essere presi in seria considerazione nel caso in cui una seconda ondata di pandemia si sviluppi via via che i lockdown si allenteranno in tutto il mondo. I medici, gli scienziati e i governi hanno la responsabilità non solo di informare i pazienti sull’importanza di cercare cure adeguate, ma anche di garantire un ambiente sicuro per i pazienti ricoverati in ospedale per un’emergenza cardiovascolare”, è la sintesi di Barbara Casadei, presidente della European Society of Cardiology.

Fonte
Marion M Mafham et al. COVID-19 pandemic and admission rates for and management of acute coronary syndromes in England. Lancet 2020;S0140-6736(20)31356-8.

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Una citazione di “Lo strano caso della diminuzione degli infarti durante la pandemia

  1. Admin

    Meno ricoveri x sintomatologie cardiache. Ok
    Lo studio non dice invece se si ha un incremento degli infarti, questi difatti dovrebbero essere inversamente proporzionali ai ricoveri in linea di massima.
    Diciamo che forse la variabile che incide sulla diminuzione di ricoveri non é la paura del coronovirus, ma altre sulle quali qualsiasi sociologo o dietologo o salutista potrebbe dire le sua.
    Invitare la gente a presentarsi per una sintomotologia tutta da essere attribuita é in tempi di terrorismo mediatico in cui é stato detto di tutto e il contrario di tutto per il Covid fa sostanzialmente passare il messaggio di individuare gli eredi prima di andare in ospedale. O stai x avere un infarto o morirai x le complicazioni cardiopolmonari virali…

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