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Newsletter InFarmaco: rischio cadute negli anziani, vitamina D e gestione degli antibiotici

È disponibile online l’ultimo numero della newsletter InFarmaco (N° 55 – 12-16 gennaio 2026), lo strumento di aggiornamento professionale che seleziona e sintetizza le più recenti evidenze scientifiche in ambito farmacologico.

Il numero si apre con un nuovo Minidossier della serie “COSIsiFA”, focalizzato sulla prevenzione delle cadute nella popolazione anziana. Il documento analizza le classi di medicinali maggiormente associate a questo rischio (spesso legati a effetti collaterali come ipotensione o sedazione) e sottolinea l’importanza cruciale della revisione della terapia e della deprescrizione. Intervenire sui regimi terapeutici non più necessari o potenzialmente pericolosi rappresenta, infatti, una strategia prioritaria per garantire la sicurezza del paziente fragile.

In tema di cronicità e invecchiamento, la newsletter riporta uno studio europeo che evidenzia criticità nell’integrazione di vitamina D. Nei pazienti anziani con multimorbilità e polifarmacoterapia, l’assunzione risulta spesso inappropriata, con casi di carenza non trattata o, al contrario, di supplementazioni eccessive.

Sempre sul fronte della prevenzione, viene approfondito il ruolo della nicotinamide (una forma di vitamina B3) nel ridurre il rischio di tumori della pelle basocellulari e squamocellulari. Tuttavia, l’evidenza suggerisce cautela: il suo impiego come chemiopreventivo dovrebbe essere riservato esclusivamente ai soggetti ad alto rischio che hanno già manifestato precedenti neoplasie cutanee.

Ampio spazio è dedicato alla gestione dell’antibioticoterapia. Due studi offrono prospettive diverse.

In tema di ascesso peritonsillare, la terapia antibiotica viene indicata come possibile approccio di prima scelta, a patto che il quadro clinico sia monitorato costantemente per valutare la necessità di interventi più invasivi.

Sul fronte delle infezioni urinarie ricorrenti, si mette in discussione l’uso sistematico della profilassi antibiotica. Sebbene comune, questa pratica non sempre apporta benefici clinici evidenti a fronte di un sensibile aumento del rischio di sviluppare resistenze batteriche, suggerendo la necessità di valutare alternative o un uso più mirato.

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