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Noi di fronte alla scienza: sospettosi, diffidenti, scettici… in fondo umani

Pubblicato giovedì 13 Giugno 2019

“L’identikit dell’utilizzatore medio delle terapie non convenzionali è femmina, tra i 25 e i 55 anni, ha un titolo di studio elevato, un buon reddito e vive in un nucleo familiare di piccole dimensioni”, Silvia Bencivelli – giornalista, divulgatrice scientifica e autrice del libro Sospettosi – introduce così uno degli aspetti chiave della BAL Talk 19 che ha come tema il crescente scetticismo nei confronti della scienza. Non sarà la cultura stessa a rappresentare un fattore di rischio? L’ipotesi è che la disponibilità di tante informazioni e degli strumenti culturali per pensare di poter gestire le nostre malattie potrebbe predisporci ad un atteggiamento di presunzione che non fa i conti con la complessità della materia. Ma questa presunzione può avere anche un risvolto positivo, prosegue la Bencivelli, se la si interpreta come momento di crescita, di formazione personale, risultato dell’acquisizione di strumenti culturali e della voglia di autonomia e libertà nella gestione delle proprie cose.

David Frati si chiede se parte del fascino delle terapie alternative venga da una autonarrazione romantica, dal fascino innegabile del contropotere e della controinformazione.

La Bencivelli suggerisce che tutte queste scelte dipendano da questioni identitarie, da chi vogliamo essere e da come ci vogliamo raccontare, a noi stessi e agli altri. E il rapporto con la scienza rientrerebbe in una ottica identitaria che scavalca spesso la razionalità.

È più facile immedesimarsi negli outsider piuttosto che nei favoriti, chiosa Matteo Renzi, e i social network hanno contribuito ad esasperare questo concetto. Gli sfavoriti hanno trovato una voce e, da contestatori, hanno creato il modo di costituirsi a sistema alternativo.

Alberto Tozzi prende le mosse dall’ambiente della salute, e dalle tante forze in gioco che lo popolano. La vulgata della partecipazione necessaria da parte di chi non fa parte del personale sanitario, cioè i pazienti e i familiari, per ora è rimasto perlopiù su carta. Ancora non si è entrati nel modello di partecipazione e di cura di cui idealmente si ragiona. E la situazione di cui parla Silvia Bencivelli in Sospettosi potrebbe rappresentare l’occasione per introdurre all’interno del mondo chiuso della sanità alcune di queste forze e farle partecipare con la loro competenza o con la loro dissidenza alle cose che avvengono nella salute. In sostanza Tozzi la considera una forza che va catalizzata, non abbandonata a se stessa: chi opta per la medicina alternativa non ha chiuso tutte le porte del dialogo e il problema comunicativo è soprattutto quello della scienza che non riesce a entrare in contatto con queste persone.

Frati a questo punto sposta l’attenzione sul rapporto medico-paziente. Il problema non potrebbe essere tutto (o quasi) lì?

Dalla Bencivelli arriva qualche dubbio su questa lettura univoca del problema, anche se la giornalista riconosce che la comunicazione (anche istituzionale) costituisce una questione fondamentale. Spesso chi se ne occupa nel settore scientifico ignora perfino concetti psicologici di base: il cosiddetto bias di conferma, per esempio, per cui, se si ha un’idea pregressa, si cerca una conferma di quell’idea senza esserne consapevoli. I rimproveri e le critiche, per questo motivo, non possono essere efficaci se manca il rinforzo.

Anche Renzi sostiene la natura comunicativa del problema: la comunicazione dovrebbe far parte dell’armamentario dei medici.

Infine Tozzi si dimostra non così pessimista sulle prospettive del rapporto medico-paziente soprattutto in virtù dei progressi della tecnologia. D’altra parte, il ruolo del medico sta cambiando profondamente aprendosi ad ambiti un tempo del tutto estranei, comunicazione inclusa.

La BAL Talk si conclude con un giro di orizzonte in tema vaccini da cui emerge una situazione di incertezza e dubbio che spesso coinvolge anche la classe medica.

Tozzi in particolare sostiene che è poco praticata la comunicazione positiva in tema di vaccinazioni: il focus è quasi sempre sugli effetti collaterali e sull’efficacia, praticamente mai sui valori legati alla vaccinazione.

Frati cita l’approccio del prof. Burioni (il divulgatore social pro-vaccini, noto per il suo atteggiamento da “blastatore”) che la Bencivelli critica non in astratto ma sulla base di un errore di percezione nella recente battaglia contro gli antivax che giudica “clamoroso”: si è pensato erroneamente che gli antivax fossero una percentuale altissima della popolazione italiana e questo ha dato vita a una strategia totalmente sfasata.

Partendo lancia in resta senza sapere con chi sta comunicando, Burioni non si pone neanche il problema di chi sia il pubblico perché non è un professionista della comunicazione. Burioni di fatto è diventato una bandiera per chi, già a conoscenza dell’efficacia dei vaccini, era soltanto alla ricerca di un pretesto per “litigare”. A questo proposito Renzi ribadisce il concetto che, se non ci si sente rispettati, non si può credere al proprio interlocutore. L’autorità professorale che pone dogmi indiscutibili è oggi ampiamente superata, a causa della crescita della scolarizzazione innanzitutto. Anche Tozzi ritiene che la mediazione sia importante, soprattutto in presenza di questi fenomeni. La maggior parte delle persone vuole capire e la discussione spesso risolve i dubbi e le posizioni antiscientifiche. E Il medico, sempre secondo Tozzi, ha la responsabilità sia delle cure che della conoscenza che trasmette. Il medico è una delle poche opportunità concesse al paziente per capire qualcosa che non sa… un’attività di educazione molto sottostimata.

Si torna al tema della diffidenza e del sospetto che la Bencivelli non stigmatizza ma anzi considera una potenziale risorsa, ribadendo poi, alla sollecitazione di Frati, che i ruoli degli antiscientisti non sono assegnati una volta per tutte: nel corso della nostra vita ricopriamo a volte anche quel ruolo perché fa parte della nostra umanità, non c’è una distinzione ontologica tra scientisti e antiscientisti.

Le regole non vanno seguite tutte, conclude filosoficamente Tozzi, ed essere scettici è una virtù. Quando c’è di mezzo la scelta personale e l’autonomia della persona, è necessario fare un passo indietro e cercare un approccio più diretto.

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