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Prevenzione con diete e integratori… ancora non ci siamo

Pubblicato giovedì 11 Luglio 2019

Gli integratori alimentari e gli interventi sulla dieta sono efficaci nella prevenzione delle malattie e della mortalità cardiovascolare? No, almeno secondo la nuova metanalisi pubblicata su Annals of Internal Medicine, risultato del lavoro di ricercatori provenienti da prestigiosi istituti statunitensi, tra cui la Johns Hopkins School of Medicine e la Mayo Clinic. La metanalisi suggerisce che molti interventi nutrizionali e l’uso di integratori potrebbero non avere alcun effetto protettivo per il cuore, e alcuni danneggerebbero perfino la salute cardiovascolare. Tutti risultati compatibili con il rapporto 2013 del U.S. Preventive Services Task Force, che all’epoca ha esaminato integratori vitaminici e minerali trovando poche prove a sostegno dell’ipotesi che offrano benefici per la salute.

È ormai accettato che la dieta e lo stile di vita svolgano un ruolo importante rispetto alla salute fisica e al benessere generale di una persona. Ma è anche molto diffusa la credenza che l’assunzione di integratori alimentari possa aver effetti benefici a vari livelli, salute del cuore compresa, anche se studi recenti non sempre hanno confermato questa ipotesi.

La metanalisi
Il team di ricerca ha selezionato nove revisioni sistematiche e quattro nuovi RCT e analizzato i dati di 26 studi (24 studi randomizzati controllati e due studi di coorte) che hanno coinvolto quasi 1 milione di partecipanti. Sei studi hanno arruolato soltanto donne. Sono stati esaminati gli effetti di 16 supplementi nutrizionali e 8 interventi dietetici sulla salute cardiovascolare (infarto miocardico, ictus e malattia coronarica) e sulla mortalità per tutte le cause.

I supplementi presi considerazione erano selenio, multivitaminici, ferro, acido folico, calcio, calcio più vitamina D, beta carotene, antiossidanti, acidi grassi polinsaturi a catena lunga omega-3 e vitamine A, complesso B, B-3, B-6, C, D e E. Mentre gli interventi dietetici includevano modifiche nei grassi alimentari, riduzione del sale (nelle persone con pressione arteriosa normale e alta), ridotto contenuto di grassi saturi, dieta mediterranea, ridotto contenuto di grassi alimentari, maggiore assunzione di acidi grassi polinsaturi omega-6 e maggiore assunzione di acidi omega-3 alfa-linolenico.

Alcuni di questi interventi hanno in effetti avuto un effetto positivo. Ad esempio, meno sale riduce il rischio di morte per tutte le cause nelle persone con una pressione sanguigna normale (RR 0,90, IC 95%, 0,85-0,95) e la mortalità cardiovascolare nei partecipanti ipertesi (RR 0,67 IC 95% 0,46-0,99).

Prove di bassa qualità dimostrano poi che gli acidi grassi polinsaturi omega-3 a catena lunga proteggono contro l’infarto (RR, 0,92, IC 95% 0,85-0,99) e la malattia coronarica (RR 0,93 IC 95% 0,89-0,98). È stata rilevata anche un’associazione tra l’assunzione di acido folico e un rischio leggermente inferiore di ictus (RR 0,80, IC 95% 0,67-0,96), ma la scoperta dipende soprattutto da una ricerca made in Cina, paese in cui le carenze vitaminiche sono comuni. I ricercatori sostengono come non sia affatto scontato che le persone che assumono acido folico in America, dove viene aggiunto direttamente agli alimenti, otterranno lo stesso beneficio.

In altri casi gli effetti sono stati nulli o addirittura dannosi. L’assunzione di multivitaminici, selenio, vitamina A, vitamina B-6, vitamina C, vitamina D, vitamina E, calcio, acido folico e ferro non proteggeva in modo significativo dai problemi cardiovascolari e dalla morte precoce. Mentre seguire una dieta mediterranea, ridurre l’apporto di grassi saturi, modificare l’assunzione di grassi, ridurre l’assunzione di grassi nella dieta e aumentare la quantità di omega-3 e omega-6 non hanno avuto effetti significativi sulla mortalità o sull’esito della malattia cardiovascolare. Nelle persone che assumevano integratori di calcio insieme a vitamina D è stato riscontrato un aumento del rischio di ictus.

I soliti limiti
Come quasi sempre capita nelle metanalisi di questo genere di studi, a causa delle diverse metodologie impiegate, i ricercatori non hanno potuto analizzare gli interventi in base a caratteristiche importanti, come il sesso, l’indice di massa corporea (BMI), i valori lipidici, le soglie della pressione arteriosa, il diabete e la storia di malattie cardiovascolari, e questo ne rappresenta il limite principale

Gli autori dell’editoriale di accompagnamento, Amitabh Pandey ed Eric Topol (entrambi dello Scripps Research Translational Institute di La Jolla) sottolineano anche la qualità discutibile dei dati presenti in molti degli studi presi in esame: “Differenze geografiche, di dosi e di preparazioni, e in più la maggior parte degli studi deriva le informazioni da diari alimentari basati di fatto sulla memoria delle persone”. Ma forse, aggiungono, “la più grande differenza che deve essere presa in considerazione è proprio l’individuo”, consigliando che la ricerca futura presti maggiore attenzione alle differenze tra i singoli partecipanti. “Il problema che abbiamo qui è che tutti questi studi trattano essenzialmente le persone come una sola entità: forse la restrizione del sale (o la riduzione dei grassi) è davvero utile per qualcuno, ma non siamo ancora in grado di stabilire in anticipo quali sono queste persone”.

Fonti
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