Una metanalisi pubblicata oggi su The Lancet Psychiatry impone una profonda riflessione clinica sull’appropriatezza prescrittiva della cannabis medicinale per i disturbi della salute mentale. Lo studio, condotto dall’Università di Sydney, rappresenta la più ampia revisione sistematica mai realizzata sul tema e analizza i dati di 54 studi controllati randomizzati pubblicati nell’arco di 45 anni. La conclusione principale scuote le attuali tendenze terapeutiche: non esiste evidenza scientifica che supporti l’efficacia dei cannabinoidi (inclusi i prodotti a base di CBD e THC) nel trattamento di depressione, ansia o disturbo da stress post-traumatico (PTSD).
In paesi come Australia, Stati Uniti e Canada, si è assistito recentemente a una crescita esponenziale delle prescrizioni e degli utilizzi per scopi medici, con circa la metà dei pazienti che dichiara di assumere cannabinoidi per gestire il proprio benessere mentale. Wilson avverte che l’uso routinario di questi prodotti in ambito psichiatrico potrebbe non solo risultare inefficace, ma potenzialmente iatrogeno, aumentando il rischio di sintomi psicotici e di sviluppare un disturbo da uso di cannabis, oltre a ritardare l’implementazione di protocolli terapeutici basati sull’evidenza.
La revisione differenzia nettamente l’efficacia a seconda della patologia, fornendo indicazioni preziose per la medicina basata sulle prove. Mentre l’efficacia rimane confermata per la riduzione delle crisi epilettiche farmaco-resistenti, per la spasticità nella sclerosi multipla e per la gestione del dolore cronico, il quadro per le condizioni neuropsichiatriche rimane debole. Sebbene siano emersi segnali di potenziale beneficio per l’insonnia, i tic della sindrome di Tourette e l’autismo, la qualità complessiva dell’evidenza è stata classificata come bassa. In questi casi, secondo gli autori, l’uso di cannabis farmacologica è raramente giustificabile in assenza di un robusto supporto medico e psicoterapeutico di accompagnamento.
Un aspetto di particolare interesse per gli specialisti in tossicodipendenze riguarda il ruolo della cannabis nel trattamento dei disturbi da uso di sostanze. Lo studio suggerisce che formulazioni orali di cannabis possano fungere da terapia sostitutiva efficace per la dipendenza da cannabis stessa, in modo analogo al metadone per gli oppioidi. Tuttavia i dati indicano un effetto paradossale nel trattamento della dipendenza da cocaina, dove la cannabis ha dimostrato di aumentare significativamente il craving, esacerbando la condizione clinica del paziente.
In risposta a questi risultati, i ricercatori e i principali organismi medici internazionali sollecitano una maggiore regolamentazione e un monitoraggio più stretto delle prescrizioni. L’obiettivo è fornire a clinici e autorità regolatrici, come la Therapeutic Goods Administration (TGA), strumenti indipendenti per orientare le decisioni terapeutiche. La priorità resta quella di garantire che i pazienti ricevano trattamenti validati, minimizzando i rischi associati a prodotti la cui sicurezza a lungo termine e efficacia specifica non sono ancora state adeguatamente dimostrate in ambito psichiatrico.
Fonte
Wilson J al. The efficacy and safety of cannabinoids for the treatment of mental disorders and substance use disorders: a systematic review and meta-analysis. The Lancet Psychiatry, 2026; 13, 304-315