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Raccontare con le immagini il cambiamento climatico

Pubblicato martedì 10 Settembre 2019

“Abbiamo capito che non possiamo fermarci alla fotografia ma dobbiamo aprire ai video, e oltre, dobbiamo utilizzare la parola storytelling per creare un contenitore unico e fluido del nostro modo di vedere le cose. Ormai testo, fotografia, immagine in movimento e suono rappresentano un unico grande linguaggio, quello del nostro tempo.” La convinzione di Antonio Carloni, direttore del festival Cortona on the move, è in buona misura programmatica: indica la direzione di un progetto – quello di uno degli eventi di fotografia più frequentati d’Italia – nato nove anni fa e sempre interessante.

Il tema intorno al quale ruotano le mostre dell’edizione di quest’anno è il rapporto tra l’uomo e l’ambiente. Il paesaggio, secondo qualche critico, ma in realtà la presenza forte in molti dei progetti fotografici presentati è la trasformazione – la drammatica rivoluzione ambientale – causata dal cambiamento climatico.

È il tema portante dei quattro progetti di Samuel Norfolk – uno dei fotografi più affermati del mondo – proposti per la prima volta in una stessa sede e contemporaneamente, legati da un titolo provocatorio: Crime scenes. La scena del delitto è il nostro pianeta: in Trajectory il territorio e i sopravvissuti al genocidio in Ruanda diventano un unico susseguirsi di immagini in un montaggio che le alterna a quelle dei luoghi della quieta (ipocrita, osserva l’autore) celebrazione dei soldati uccisi in combattimento sul fronte franco-tedesco nella prima guerra mondiale; Time taken riprende il trascorrere del tempo e il mutare del paesaggio dell’Afghanistan rurale che per tanti anni è stato attraversato da conflitti; When I am land in earth, dove Norfolk “segna” col fuoco l’arretramento del ghiacciaio sul Monte Kenia, grazie ad una lunga esposizione notturna e ad una personale performance in altitudine; ma soprattutto la serie Shroud che documenta l’incredibile tentativo di ritardare lo scioglimento del ghiacciaio del Rodano da parte di due imprenditori locali che da anni propongono a turisti di trascorrere una notte in una grotta scavata nel ghiaccio sul passo della Furka, nella Svizzera meridionale. “L’incredibile tentativo” consiste nell’applicazione di una coperta termica di 25 metri quadri a protezione della grotta dai riflessi blu fonte del proprio guadagno: un’idea quanto mai esemplare della vanità di qualsiasi piano empirico e di basso profilo che intenda anche solo contribuire a proteggere i ghiacciai del pianeta. Sostenuto dall’organizzazione Project Pressure – iniziativa che lavora per aumentare la consapevolezza sul cambiamento climatico promuovendo attività che rendano visibile (e quindi “evidente”) l’effetto dell’azzardo dell’uomo nei confronti del pianeta (1) all’insegna del motto Seeing is believing – e candidato al Wellcome Photography Prize (Science’s hidden stories) il progetto di Norfolk ha anche il pregio di mostrare come sia oggi quasi prevalente un atteggiamento volto ad adattarsi al climate change invece di sovvertire la tendenza.

Gideon Mendel ha compiuto 19 viaggi in dodici anni per documentare gli effetti delle inondazioni sulla vita delle popolazioni colpite. Due le serie di fotografie presentate: in Drowned, Francisca, Lucas, Joseph, Florence, Maria e tanti altri sono fotografati parzialmente sommersi nelle loro abitazioni all’indomani delle tragedie che hanno colpito il Brasile, la South Carolina, la Nigeria, Haiti e altri luoghi che hanno recentemente vissuto le tragedie documentate da Mendel. La seconda serie da lui presentata è composta da fotografie recuperate dalle case inondate: inevitabilmente rovinate, scolorite, perdute come molte delle persone raffigurate.

Il progetto Forest di Yan Wang Preston è durato dieci anni (2007-2017) e ha documentato la riforestazione di numerose città da parte del governo cinese. A iniziare da Chongquin, la più popolosa metropoli del mondo con i suoi 30 milioni di abitanti. Alberi di tutte le dimensioni sono stati piantati in luoghi talvolta distanti da quelli dai quali venivano espiantati, in una sorta di viaggio parallelo a quello compiuto da abitanti di quelle stesse città, letteralmente deportati da zone rurali nelle megalopoli di nuova costruzione. Preston ha raccontato al British Journal of Photography (2) la storia di una donna sradicata dal proprio villaggio – destinato ad essere allagato dall’apertura di una diga sul fiume Yangtze: tornata sul posto a distanza di due anni, la giovane fotografa ha saputo della morte precoce della donna emigrata, insieme ai tre alberi che l’avevano seguita. Preston è nata in Cina ed è medico anestesista: sposata ad un inglese e trasferitasi in Gran Bretagna, ha deciso di cambiare vita, seguendo la propria passione per la fotografia.

L’edizione di Cortona on the move di quest’anno ha un forte impatto sul visitatore, forse perché – come scriveva Don De Lillo in Rumore bianco (3) – “soltanto le catastrofi attirano la nostra attenzione. Le vogliamo, ne abbiamo bisogno, ne siamo dipendenti.” Però aggiungeva: “Purché capitino da un’altra parte.” Seguendo questa traccia, Marina Caneve, bellunese, ha esplorato il proprio territorio spinta dalla previsione di un evento catastrofico che potrebbe avvenire circa tra 50 anni in quelle zone già colpite da catastrofi ambientali rilevanti. È un progetto multidisciplinare che non a caso è condotto insieme a geologi e antropologi. Lo sguardo fotografico si dimostra capace di rivelare contraddizioni e vulnerabilità non visibili dall’osservazione scientifica, garantendo un contributo potenzialmente prezioso.

La fragilità del territorio colpisce direttamente i suoi abitanti. La carovana di uomini, donne e bambini che dall’America centrale risale sperando di riuscire ad entrare negli Stati Uniti è più di una questione politica: una crisi umanitaria che coinvolge decine di migliaia di persone, puntualmente riportata nei ritratti e nelle testimonianze orali dei migranti raccolte da Ada Trillo, fotografa quarantenne statunitense, che ha voluto definire la propria arte una “protesta pacifica” per contrastare la retorica presidenziale americana tesa a costruire muri e a “proteggere” il paese dalla presunta invasione dei latino-americani. (4) Non è una fuga ma un’attesa, invece, quella di chi vive in quella che u tempo era chiamata “la mezzaluna fertile”, la zona intorno al mar Morto, in Israele, che a causa del riscaldamento globale sta vivendo una drammatica carenza d’acqua. Infertile crescent è il titolo del progetto, ancora in corso, di Nadia Bseiso, fotografa giordana, selezionata dal settimanale Time come “donna fotografa da non perdere di vista”.

Infine – sebbene diverse altri progetti di Cortona on the move potrebbero ugualmente meritare di esser citati – Arctic zero: Paolo Verzone ha fotografato il centro di ricerca internazionale di monitoraggio ambientale che ha sede a Ny-Alesund, in Norvegia, una delle comunità più a nord del mondo. L’essenzialità delle immagini e l’ovvia prevalenza del bianco pongono al centro di ogni immagine i ricercatori impegnati nelle rilevazioni, nelle analisi e nella manutenzione di un luogo dove non si nasce e, paradossalmente, non è possibile essere sepolti: il cimitero locale è stato chiuso diversi decenni fa, dopo aver verificato che i corpi dei defunti non si decomponevano sotto al permafrost. “I cittadini delle Svalbard non sono nati lì – nota Verzone –. Tutti gli abitanti provengono dall’estero e sanno che un giorno se ne andranno. Le comunità che risiedono lì sono come esploratori di nuove frontiere.”

  1. È interessante sfogliare la gallery sul sito del Guardian (A photographic exploration of the cryosphere) a questo indirizzo https://www.theguardian.com/environment/gallery/2018/sep/21/a-photographic-exploration-of-the-cryosphere-in-pictures
  2. Warner M. Into the Forest with Yang Wan Preston. British Journal of Photography 2018;4 giugno.
  3. De Lillo D. Rumore bianco. Torino: Einaudi, 1985.
  4. Russo A. Migrant caravan photographer saw heart-wrenching scenes through her lens. Huffington Post 2019;22 aprile.

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